La preghiera.

17 novembre 2014 da Mauro

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“Sono solo troie!”
“Se avessero davvero qualcosa da dire lo direbbero anche con le tette coperte!”
“Fanno schifo!”
“Andassero a spogliarsi negli stati islamici, vedi che fine fanno!”

Queste alcune delle definizioni con cui solitamente vengono definite dagli italiani, e dalle italiane, le performance di protesta realizzate dal collettivo FEMEN.
Ora, specificando che io non sono affatto un fan di questo collettivo, questo non sarà l’ennesimo post che tenta di spiegare Aglitagliani per quale motivo attuino questo tipo di protesta esattamente in quel modo lì, per saperlo basterebbe aprire un Browser qualsiasi, scrivere F E M E N su Google, aprire la loro pagina Wikipedia e comprendere tutte le motivazioni che stanno dietro a quei gesti.
Ma capisco che sputargli addosso che sono delle troie è mille volte più immediato.
E poi che ci vuole a dire “rroia”? Visto? Va’ com’è facile e diretto.
Ci sarà un motivo se “troia” è l’espressione più usata in Italia per insultare le donne, no?
Perché la donne, a differenza degli uomini, vanno sempre colpite sulla loro sessualità, che è una colpa, una vergogna che dovrebbero tenere nascosta, nel buio delle loro case.

Ma se provassimo ad archiviare per un momento la questione insulti, tette, ecc. cosa resterebbero se non i fatti e i proclami?
E allora ecco cosa hanno fatto le Femen ad Announo.

Sono entrate in studio, e al centro del palco hanno recitato questa preghiera:

 

“L’amore è uguaglianza e richiede una ragione chiara.
La parità è l’unica forma di libertà.
Come non era in principio
dovrebbe essere ora e sempre
Un parlamento senza papa
Un mondo senza religione
Perché dio non è un mago
E il papa non è un politico
Amen”

 Poi si sono alzate insieme e hanno declamato queste parole:
“Siamo qui a disturbare la vostra importante conversazione con una domanda non meno importante.
Vogliamo dare l’allarme, ci dispiace dirvelo, siamo qui per annunciare che la parità – i vostri diritti, i nostri diritti – sono in pericolo.
E sfortunatamente la fonte del pericolo è proprio qui in Italia.
Il 25 novembre il papa andrà a parlare al Parlamento Europeo, a Strasburgo, in Francia.
Questo è un attacco diretto alla laicità, alla parità, ai diritti umani e a quell separazione tra Chiesa e Stato che deve diventare una priorità oggi, per le persone come noi, per i religiosi, per gli atei, e per tutti quelli che si battono per la parità libertà di parola.
Siamo qui per attirare la vostra attenzione e per portare tutti a non stare in silenzio, a non far finta di colpire, non è il momento di essere tolleranti.
E’ il momento di difendere la nostra parità. Ecco perché siamo qui.
Siamo qui per dire che dio non è mai stato un mago, ed ecco perché il papa non sarà mai un politico.”

 

E con tutto il rispetto per chi, tra di voi, è Cattolico, Cristiano, per chi tra di voi dice di esserlo ma non pratica da una vita, per chi tra di voi aderisce a una qualsiasi delle centinaia delle religioni in cui si divide il mondo, ricordatevi che la Chiesa e lo Stato

sono
due
entità
separate.
Vuoi credere nella Chiesa? Vuoi credere in Thor? Vuoi credere nella Burrata?
Fallo. Sei libero. Viviamo in uno stato meraviglioso che te lo permette senza (questo è fondamentale) romperti i coglioni.
Ma allo stesso tempo, quello stesso stato è laico (eeeggià!)
L’Italia, la mia Italia come la vostra Italia, è uno stato laico.
L’europa è un continente laico.
Quindi il fatto che il 25 Novembre, il Papa terrà un discorso davanti al Parlamento Europeo, dovrebbe quantomeno suonare strano.
Le opinioni dei rappresentanti della religione Cattolica, come di qualsiasi altra religione, NON POSSONO E NON DEVONO entrare nella nostra politica.
NON POSSONO E NON DEVONO entrare nelle nostre vite.
NON POSSONO E NON DEVONO influire sui referendum, sulle compagini, sugli schieramenti.Questo, nessuno lo sta ricordando nelle tv italiane.
E che ci sia bisogno un gruppo di femministe situazioniste ucraine perché nessuno, da noi, ha il coraggio di dichiararlo pubblicamente, è uno schifo.
Uno schifo più schifo di qualche tetta al vento.
Molto, ma molto più di qualche tetta al vento.
Molto.

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Per la versione variant del numero 1 di Orfani:Ringo, mi è stato chiesto di raccontare com’è nato il mio coinvolgimento sulla testata.
Nell’articolo lo racconto così:

Ringo, per me, nasce con il suono di un campanello.
Non quello urlante di Craven Road n.7 ma quello sghembo della casa di San Lorenzo in cui abitavo.
Il suono di un campanello, la porta che si apre e Roberto che entra col suo trench di marca e l’incedere schietto e diretto che ha quando sa che sta per coinvolgerti in una missione le cui percentuali di riuscita sono pari allo zero.
Era una fredda serata di aprile, Orfani si sarebbe affacciato nelle edicole soltanto sei mesi più tardi, ma era già l’argomento più caldo per tutti quei lettori che riempivano pagine e pagine di forum basandosi esclusivamente su qualche indiscrezione e una manciata di immagini di preview.
Io però lo conoscevo già in ogni dettaglio, perché ero lì quando Roberto Recchioni e Emiliano Mammucari iniziarono a porre i primi mattoni di questo nuovo mondo.
Mentre giocavano coi destini di Jonas, Juno, Raul, Sam e Ringo, inventandone le vite e sancendone le morti.
Ero lì quando venne decisa la grande bugia del governo e quando per la prima volta si parlò dell’eventualità di realizzare una seconda stagione, con toni, atmosfere e ambientazione del tutto diverse.
Talmente diverse che forse ci sarebbe stato bisogno di far salire a bordo qualcuno che, in un certo senso, avesse – mettiamola così – una sensibilità opposta a quel Romanticismo Recchioniano che vede, nelle esplosioni e nelle gole tagliate, l’apostrofo rosa tra le parole “T’ammazzo”.

Perché se i principali riferimenti culturali per la prima stagione di Orfani erano facilmente rintracciabili tra le pagine de Il signore delle mosche o di quel Fanteria dello Spazio scritto da Heinlein e portato sul grande schermo da Paul Verhoven, Orfani:Ringo avrebbe avuto più a che fare con gli inquietanti scenari di The Last Of Us o con un mondo privo di speranza come quello che Cormac Mc Carthy immagina in The Road.”

Ma questo era solo lo spunto scatenante.

Nelle settimane e nei mesi successivi, costruendo giorno per giorno quella che doveva essere l’ossatura dell’intera serie, Orfani:Ringo assumeva forme sempre più simili alle risposte che, Roberto ed io, tentavamo di dare alle domande che il mondo si ostinava a metterci sotto gli occhi.
Ringo è il nostro modo di smettere di giocare in una stanza, e scendere per strada a scontrarci con la realtà.
Un viaggio lungo dodici albi per confrontarci con noi stessi senza preoccuparci di uscirne con le ossa rotte.

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Un percorso che è iniziato un mese fa nello splendido n.1 scritto da un Roberto mai così efficace, disegnato da Emiliano Mammucari in stato di grazia, e colorato da quella Annalisa Leoni che ormai è diventata un vero e proprio punto di riferimento.
Un albo che rappresenta, per chi scrive, la loro prova più matura.

Il mio esordio sulla testata avviene invece con l’albo che troverete in edicola tra due giorni e che ruota attorno a uno degli argomenti su cui da più tempo mi diverto a sbattere la testa: il concetto di compromesso.

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Nulla per nulla” vede a scontrarsi gli ideali di rivoluzione con le risposte quotidiane e compromesse di chi lotta ogni giorno, non per una bandiera, ma per il bene comune.
E se, talvolta, è facile partire da storie già esistenti per crearne di nuove, in questo caso lo spunto è arrivato dallo studio attento di un noto personaggio, realmente esistente, che forse riuscirete a riconoscere leggendo l’albo.

Inutile negare che mettersi alla prova su una serie come Orfani, con il suo stuolo di fan adoranti e di spietati detrattori, vuol dire maneggiare un materiale delicatissimo che è immagine e somiglianza dei suoi due creatori.
Io, di mio, ho cercato di approcciarlo concentrandomi su quello che so fare meglio: mettere a fuoco le mie paure e affrontarle.
Gli albi che leggerete nei prossimi mesi, rappresentano quindi il tentativo di raccontare una grande storia di viaggio ma anche la volontà di confrontarmi con alcune tematiche ricorrenti nella mia vita, che vanno, appunto, dal far coincidere dignità, prìncipi e compressi, all’impossibilità di fuggire da sé stessi, dallo splendore indifferente della natura umana, alla violenza della fame, fino alla necessità disperata di riuscire a essere padre.

Perché questo è Orfani: Ringo.
La grande storia di un uomo che proverà a essere padre in una terra in cui non esiste più alcun futuro.

Con noi ci sono dei disegnatori straordinari e alcuni dei migliori compagni di viaggio che potessimo desiderare.
Ne riparliamo nei prossimi mesi.
Per il momento, vi auguro buona lettura.

E smetto di farmela sotto.

Testimonial del Posto Unico

6 novembre 2014 da Mauro

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Io sono nato a Marino Laziale, uno di quei sorridenti paesini – con ben poco da sorridere, a dir la verità – che sonnecchiano tra le campagne romane.
Sono andato via di casa a vent’anni perché il posto non offriva realmente nulla che potesse interessare un ragazzo con la passione per il cinema, il fumetto e la letteratura, e per quattordici anni non sono più tornato se non quando passavo a trovare i miei.
Poi è nato GZ e siccome nella vita impariamo tre cose e tendiamo a ripetere sempre quelle, Meme ed io abbiamo deciso di crescerlo proprio nei luoghi in cui siamo nati.
Per cui, ciao Roma, ciao Londra, ciao Bali: GZ crescerà nei Castelli Romani.

Questo ritorno è avvenuto esattamente dieci mesi fa e, a parte dimenticarmi IMMEDIATAMENTE degli orrori del traffico romano, ho avuto modo di guardarmi un po’ intorno.
Ora, sarebbe davvero bello proseguire questo post raccontandovi quanto le cose siano cambiate, che c’è una fervente attività, che nei cinema devono mandare via la gente per l’affluenza, che le fumetterie sbocciano a piè sospinto e che hai l’imbarazzo della scelta in quanto a librerie e negozi musicali.
Assolutamente no.
La provincia sonnecchiante continua a farsi gli affari suoi ma, a differenza di quanto avveniva quattordici anni fa, la gente ha smesso di fare come me e non solo non se ne va, ma rimane sul territorio e lotta perché il territorio cresca.

Lo fanno i ragazzi dell’Accademia Castrimenense di Marino, lo fanno i ragazzi che da qualche tempo, una volta l’anno, organizzano la rassegna Posto Unico ad Albano, lo fanno tanti altri che cercano di dare alle nuove generazioni quello che loro, per primi, non hanno avuto.

Ed è proprio per la stima che provo verso quegli eroi che tentano di valorizzare quello che hanno (soprattutto quando le risorse a disposizione sono minime), che ho  subito accettato l’invito di Flavio di essere il testimonial di questa nuova edizione di Posto Unico, insieme al grande vignettista Mauro Biani.

Ma di cosa si tratta Posto Unico, ve lo sanno spiegare loro molto meglio di me:

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Io ci sarò sicuramente nella giornata inaugurale di domani:

2

 

E nonostante l’ansia da prestazione di salire su un palco dopo aver assistito all’ultimo grande Capolavoro del Maestro Miyazaki, mostrerò i miei ultimi due lavori.
La prima puntata del serial per il web “Cose da Uomini” prodotta col patrocinio del Dipartimento delle Pari Opportunità, e il videoclip “Claude & Marlene” della giovane cantautrice Lilin.
Due tentativi di sensibilizzazione nei riguardi della piaga della violenza sulle donne.
Un argomento che mi sta molto a cuore e di cui mi piacerebbe parlare con tutti i partecipanti all’incontro.

Se vi va, e se potete, ci vediamo domani.
Tutte le indicazioni le trovate semplicemente cliccando QUI.

 

Venezia 71 per La Repubblica – XL

18 settembre 2014 da Mauro

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Smaltita la sbornia Veneziana, sono al lavoro su un post che vi racconti in modo veloce quella cinquantina di film che ho visto e di cui, con molta probabilità, solo quattro/cinque verranno distribuiti in Italia.
Per il momento vi segnalo gli articoli, le recensioni e le interviste che ho scritto da Bravo Soldatino della Stampa, per la pagina di La Repubblica XL, sperando di incuriosirvi un po’, se non li avete visti, o per scambiare quattro chiacchiere in merito.

Eccoli.

Birdman (o: Le imprevedibili virtù dell’ignoranza).
di Alejandro González Iñárritu

Birdman XL

Venticinque anni fa Michael Keaton era Batman.
Per ben due volte ha indossato il manto del cavaliere oscuro salvando Gotham City dalla minaccia del Joker e del Pinguino e innamorandosi (e facendoci innamorare) di unaMichelle Pfeiffer in stato di grazia.
Poi cosa è successo?
E’ successo che Keaton ha partecipato a film famosissimi, ha interpretato i ruoli di personaggi in carne e ossa, e animati in computer grafica, ma nessuno di questi è riuscito davvero a togliere dai cuori dei suoi fan la sua doppia interpretazione del giustiziere inventato nel 1939 da Bob Kane e Billy Finger.

Tutti, ancora oggi, quando pensano a Michael Keaton lo immaginano vestito da Batman.
Tutti.
Anche Alejandro Inarritu.
E proprio da questo input parte il regista messicano per mettere in scena la sua prima commedia. (Per leggere il seguito cliccate QUI )

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Messi
di Alex de la Iglesia

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Facciamola facile:

I fan di Messi lo ameranno.
I detrattori di Messi lo odieranno.
Tutti gli altri se ne fregheranno.

A questo, potrebbe ridursi tutto quello che c’è da dire su Messi, il nuovo lavoro di Alex de la Iglesia presentato nelle Giornate degli Autori di questo settantunesimo festival di Venezia.
Ed è davvero un peccato perché, sulla carta, stiamo parlando di uno degli oggetti più bizzarri e interessanti di questa edizione.
Un calciatore che è già mitologia raccontato dal regista che, per stile e messa in scena, è quanto di più lontano ci si possa aspettare dal mondo del documentario.
Noto in italia principalmente per Ballata dell’Odio e dell’Amore, Alex de la Iglesia è un punto di riferimento per tutti i cinefili amanti del genere e del grottesco. (per leggere il seguito cliccate QUI)

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The Goob
di Guy Myhill

the goob XL

Soprendente ed emozionante opera prima inglese, alle Giornate degli Autori di Venezia 71.
Ci sono dei film che arrivano come piccole meteore inaspettate, impattano con forza in quei luoghi della nostra adolescenza in cui non stavamo guardando e iniziano, piano piano, a prendere il loro posto dentro di noi.
E’ successo con le ragazzine di Creature del Cielo, con gli amori e le delusioni nati e morti all’interno del Giardino delle Vergini Suicide, e succede, oggi, con The Goob, l’opera prima diGuy Myhill.

Guy Myhill non è un ragazzino, alle sue spalle ci sono decine di documentari e cortometraggi ma è col suo lavoro presentato a Venezia che esordisce nel mondo dei lungometraggi di finzione.

«Non è facile girare un film al giorno d’oggi, è un’esperienza talmente forte che lascia molti miei colleghi bloccati alla prima prova, inibendoli a tal punto da non fare più nulla. Spero invece che questo sia un inizio vincente»! (per leggere il seguito cliccate QUI )

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The Look of Silence
di Joshua Oppenheimer

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Se siete arrivati su questa pagina spinti dalla voglia di sapere se Joshua Oppenheimer sia riuscito o meno a realizzare un nuovo capolavoro, vi accontento subito: sì, ci è riuscito.
Non solo ci è riuscito, ma si è anche superato, perché The Look Of Silence è persino più potente di quel The Act of Killing che, soltanto due anni fa l’aveva reso famoso in tutto il mondo. Ma il grande lavoro di questo regista non merita una lettura veloce, né una di quelle recensioni da quindici righe che potete leggere ovunque, quindi facciamo così: voi vi prendete cinque minuti di pausa dal mondo, mettete la chat di Facebook su offline, impostate il telefonino su “Uso in aereo”, e io mi vi racconto una storia dolorosa, di scoperta e memoria. Senza eroi, però, perché questa è una storia vera e nelle storie vere gli eroi si fanno sostituire dalle persone.

Una di queste persone si chiama Joshua Oppenheimer è il 2001 e sta andando in Indonesia con una missione: realizzare un documentario sulla drammatica condizione degli uomini e delle donne che raccolgono l’olio di palma al Nord di Sumatra.
Nelle piantagioni, infatti, i lavoratori sono costretti a turni di lavoro massacranti senza la benché minima tutela legale e trascorrono le loro giornate a spruzzare erbicidi senza neanche l’utilizzo di mascherine e vestiti protettivi.
Oltretutto vivono quotidianamente sotto il mirino e le minacce dell’esercito che, nel frattempo, è stato inviato dai dirigenti della compagnia belga, proprietaria dei campi, per sedare ipotetici scioperi protesta.
Ma di scioperare, gli schiavi sfruttati nei campi, non hanno davvero la minima intenzione e si chiudono in uno spaventato mutismo al solo sentir parlare di “sindacato”.
E così la compagnia belga può tranquillamente continuare ad avvelenare i propri dipendenti.
Oppenheimer ci mette poco a capire l’origine di questa paura. (per leggere il seguito cliccate QUI )

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Fires on the Plane
di Shinya Tsukamoto

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Ultimi giorni della seconda guerra mondiale.

I giapponesi hanno invaso le Filippine e ora devono affrontare la controffensiva dei ribelli locali e delle forze alleate, ma il soldato semplice Tamura (lo stesso Shinya Tsukamoto) ha un problema più urgente: è malato di tubercolosi.
Allontanato dal suo contingente per raggiungere un ospedale da campo, Tamura arriva giusto in tempo per vederlo saltare in aria assieme ai corpi di tutti i pazienti in attesa di ricovero.

Da quel momento in poi, per lui, incomincia il vero inferno.

Lontano da quel contesto urbano che è sempre stato scrigno e causa degli incubi con cui affliggere la carne dell’uomo, Tsukamoto ci racconta il viaggio che il soldatoTamura, spaventato, incapace di uccidere, perduto e confuso a causa della malattia e della carneficina circostante, è costretto a fare nella disperata ricerca di un rifugio sicuro.
La ricerca di una salvezza che sembra lontana anche solo dall’essere presa in considerazione.
La natura oscena, erotica e indifferente alle infezioni dell’uomo è l’ovvio punto di partenza che dimostra la reverenza del regista giapponese nei confronti dell’imprescindibile lavoro fatto sulla materia dai suoi predecessori.

E se, quindi, Herzog, Coppola e Malick, vengono concettualmente passati in rassegna uno dopo l’altro come riconosciuti padri putativi, è proprio al suo miglior cinema cheTsukamoto paga pegno, è il suo cinema che esplode in tutta la sua urgenza. (per leggere il seguito cliccate QUI )

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The Postman’s White Nights
di Andrei Konchalowsly

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«Negli ultimi anni ho cominciato a pensare che il cinema moderno stia cercando di liberare lo spettatore da qualsiasi forma di contemplazione. Questo film è il mio tentativo di scoprire le possibilità alternative che si nascondono nell’immagine in movimento accompagnata dal suono. Il tentativo di vedere con gli occhi di un neonato il mondo che ci circonda».
Con queste parole Andrei Konchalovsky presenta il suo nuovo film in concorso nella settantunesima edizione del Festival di Venezia.
Classe 1937, un’intera vita spesa alla ricerca della vera essenza del cinema del reale, Konchalovsky si guarda intorno per ritrovare quello sguardo bambino che naturalmente cede al passare degli anni.

Viene perso dall’uomo che diventa consapevole del suo ruolo nel mondo e viene perso dal mezzo cinema, rapito dalle infinite possibilità delle derive della tecnica.
Per questo, per ritrovarlo, c’è bisogno di partire, di lasciare il conosciuto e addentrarsi in una terra che è tanto distante dal resto da aver eliminato il superfluo, così vicina al futuro da considerarlo alla propria portata.

Questa terra è il parco nazionale della regione di Arcangelo nel nord della Russia dove, attorno al Lago Kenozero, alcuni minuscoli villaggi di cinque, sei unità, vivono lontane da qualsiasi contatto col resto del mondo, eppure vicinissime a uno dei più grandi cosmodromi esistenti che, ciclicamente, manda razzi in orbita sotto gli occhi sempre meno stupefatti dei locali.

In questi luoghi, Konchalovsky, è arrivato senza un’idea precisa del film che sarebbe andato a girare, convinto che proprio lì avrebbe trovato la storia giusta.
Perché le storie di questi luoghi non puoi inventarle, devi viverle.
Ed è proprio così, per caso, che la troupe ha incontrato Aleksey Tryapitsyn. (per leggere il seguito cliccate QUI )

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Senza Nessuna Pietà
di Michele Alhaique

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Il giovane attore e regista Michele Alhaiquemantiene la promessa fatta ai tempi del Il Torneo, il corto da lui diretto che gli valse la vittoria del nastro d’argento, e mette in scena un noir che ha il grande pregio di tenersi distante da tutti quei romanzi criminali dietro cui sarebbe stato facile mettersi in coda per sfruttarne il successo.
L’urgenza registica di Alhaique non si perde dietro ad alcuna moda del momento, e insegue con forza una necessità di racconto che è ben evidente nel suo lavoro sulla scena (ottima la fotografia di Ivan Casalgrandi) e sugli attori, che ricambiano regalandogli –  e regalandoci – delle performances notevoli, a partire dal gigante (in tutti i sensi) Pierfrancesco Favino passando per un azzeccatissimo e ambiguo Claudio Gioè, fino ad arrivare alla sorprendente e poliedrica Greta Scarano.
Tutti danno il massimo per mettere in scena il dramma shakespeariano vissuto daMimmo, grosso e ottuso muratore che di notte spezza le ossa di chi non salda i debiti che hanno accumulato nei confronti di suo zio, il boss Santili, ma che per amore di quell’unica donna che  lo ha trattato con gentilezza, non esista a mettersi contro l’intero clan criminale pur di salvarle la vita.

Un soggetto non originalissimo che viene però sviluppato smarcandosi dal già visto e mostrando quello che è, a tutti gli effetti, un’intervallo nella regolare routine criminale di Mimmo.
Una pausa.
Come una pausa è quella che vive il dittatore di Makcmalbaf nel film Il Presidente(sempre nella categoria Orizzonti), una pausa è quella del papa di Moretti, e una pausa è quella degli yakuza che Takeshi Kitano ci racconta nei suoi due capolavori: SonatineL’estate di Kikujiro. (per leggere il seguito cliccate QUI )

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E infine un extra bonus.
L’intervista a Roberto Dell’Era, tra gli autori della colonna sonora di Senza Nessuna Pietà, che ci regalava in esclusiva il brano composto appositamente.

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Tra gli aspetti più interessanti di questa 71esima edizione del Festival del Cinema di Venezia c’è il buon riscontro di pubblico e critica ottenuto dai film italiani mostrati al Lido. A partire dai pluripremiati Hungry Hearts e Belluscone, fino alle Anime Nere di Muzi, alla Trattativa diSabina Guzzanti, il Leopardi di Martone, e alla love story noir di Senza Nessuna Pietà, gli italiani in mostra hanno convinto, se non tutti tutti, una buonissima parte degli spettatori della kermesse. Tra tutte, l’opera prima di Michele Alhaique, è quella che maggiormente si distingue per l’attenzione nei riguardi della colonna sonora, affidata alle capaci mani di Luca Novelli (piano e chitarra deiMokadelic) e del produttore e dj francese Yuksek, che creano una perfetta fusione dei loro due mondi musicali, fondendo le armonie orchestrate da Luca e le atmosfere elettroniche di Yuksek, in un suono così organico da confonderle e renderle uniche. Oltre a loro, a sugellare alcuni due dei momenti più emozionati della pellicola, intervengono il cantautore irlandese James Vincent Mc Morrow (con la sua Hear The Noise That Move so soft and low), PiottaLauren Cranyon e Dellera (all’anagrafe Roberto Dell’Era), già bassista degli Afterhours e reduce del suo primo album solista, che compone appositamente per il film l’inedita: Ogni cosa una volta. Ed è proprio lui che andiamo a incontrare in questa notte di fine estate, perché Dellera ha deciso di unirsi ai festeggiamenti della troupe per la prima proiezione di Senza Nessuna Pietàesibendosi in un mini concerto a sorpresa in un bel locale sulla spiaggia lidense. Una boccata d’aria fresca dopo tutti questi giorni di proiezioni in sale buie e troppo poco tempo per gustarsi un sano long island in spiaggia.

Perdonami, ma l’occasione è troppo ghiotta, il tuo esordio solista si intitola Colonna sonora originale e ora sei qui dopo aver collaborato a quella di Senza Nessuna pietà.Hai già pensato di intitolare il tuo prossimo album Voglio diventare il Re del mondo?

«Cavolo, non ci avevo pensato ma mi sembra un’ottima idea! A parte gli scherzi, sì, fa ridere anche me la coincidenza, ed è stato davvero divertente saltare a bordo di questo progetto. Anche perché, già diverso tempo fa io a Pierfrancesco Favino abbiamo rischiato di fare qualcosa insieme, ma poi i nostri diversi percorsi lavorativi ci hanno allontanati fino al giorno in cui sono stato contattato proprio per partecipare alla colonna sonora di Senza Nessuna Pietà». (se volete leggere il seguito, cliccate QUI )

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Il 27 agosto inizierà la 71esima edizione del più antico Festival cinematografico del mondo, quello di Venezia.
Chi mi conosce sa che, ormai da quattro anni, è diventato per me una tappa irrinunciabile e, giuro, non starò a menarvela su quanto sia piacevole trascorrere dieci giorni immersi in un’atmosfera difficilmente ripetibile e avere l’opportunità di vedere una mole impressionante di film in lingua originale, spesso e volentieri, con i registi e gli attori presenti in sala con per poter dibattere su quanto si è appena visto.
Giuro. Non lo faccio.

Quello che, per quanto banale, trovo invece giusto sottolineare – e sottolineerò fino alla nausea – è che di questi film trasmessi ai festival (tutti i festival, tanto Venezia, quanto Torino, quanto Cannes) solo una minuscola percentuale viene distribuita nelle sale cinematografiche italiane.
E se qualche pellicola fortunata riesce a trovare una piccola distribuzione nel circuito dell’home-video, la stragrande maggioranza svanirà come lacrime nella pioggia e la possibilità di reperirle potrà essere affidata soltanto alle magie del mulo o di qualche generoso torrente.

E allora, visto che se state leggendo queste righe, molto probabilmente sapete cavalcare un mulo, risalire il torrente e spulciare gli angoli più nascosti di Amazon, io qualcuno di questi film ve lo consiglio.

Perché magari il vostro film preferito di tutti i tempi è già stato realizzato ma nessuno ve l’ha fatto sapere.

In questo post mi concentro su quelli che ho visto nell’edizione 2011 e che più di tutti hanno resistito alla cancellazione della memoria.
Spulciate pure:

4:44 Last Day On Earth

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Abel Ferrara. 
Usa
82 minuti. 

Alle 4:44 il mondo finirà, lo sanno tutti. Le televisioni non parlano d’altro. I telegiornali mandano il conto alla rovescia e la gente nelle strade urla, sciacalla, si cerca, si trova e si rintana nelle proprie case.
Così fanno pure Cisco e Skyie che aspettano la fine nelle stanze della loro vita.
A parlare, mangiare, litigare e fare l’amore.
La regia di Abel Ferrara si spoglia di qualsiasi orpello, si nasconde tra stilosità low budget, momenti rubati e ci regala una poesia intima, sbagliata e perfetta sulla fine di tutto.

Il trailer:

Stellette? 7 su 10

Tao Jie – A simple life

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Ann Hui
Cina
117 minuti

Ann Hui, promessa mantenuta del cinema cinese, parte da una storia realmente accaduta per raccontarci una piccola fiaba urbana col suo consueto stile documentaristico.
La vita semplice del titolo è quella di Ah Tao che perde il padre durante l’occupazione giapponese e che a causa della povertà della mamma si ritrova, appena adolescente, a fare la “Amah”, la serva a casa della ricca famiglia Leung.
Ah Tao cresce e invecchia all’interno di questa nuova famiglia che la fa sentire benvoluta e rispettata fino al punto di essere ritenuta una vera e propria mamma da Roger, attore di successo e giovane rampollo della casata.
E sarà proprio Roger a correre in soccorso di Ah Tao quando la donna cadrà vittima di un ictus che la paralizzerà per qualche giorno, impedendole di lavorare.
Da quel momento, Roger metterà in stand by tutti i suoi progetti per dedicare la sua vita a quella della donna che l’ha cresciuto.
Per farle recuperare la vitalità di un tempo e interpretare la sua commedia migliore circondato dai grandi caratteristi che popolano le stanze della casa di cura.
Gli attori in stato di grazia, la regia misurata e la totale assenza di pietismo nella scrittura, fanno di Tao Jie un piccolo gioiello da conservare accanto a quelli della grande hollywood romantica degli anni ’50.

Il trailer:

Stellette? 8 su 10

Hahithalfut – The Exchange

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Eran Kolirin
Israele/Germania
94 minuti

Un uomo torna a casa sua prima del solito, in un orario in cui non era mai tornato, e la casa non è quella che è abituato a vedere.
La luce illumina i mobili in modi diversi rispetto ai colori che hanno la sera, quando lui torna da lavoro.
Le particelle di polvere rimangono nell’aria del salotto, le sue stesse sedie sembrano nuove.
L’uomo si ritrova così a guardarsi intorno come  fosse un turista all’interno della sua stessa casa.
Gli oggetti che compongono la sua vita lo sorprendono, tutto sembra avere un aspetto così diverso da quello che è abituato a vivere.
Questo piccolo, semplice avvenimento, scatena in lui la voglia di allargare l’esperienza anche fuori dalle mura di casa, dal pianerottolo, fin dentro il parcheggio, sotto gli occhi stupefatti della moglie.
Quello che l’uomo ancora non sa è che non è il solo ad avere un punto diverso sul mondo che lo circonda, e lui e quest’altra persona stanno per incontrarsi.
Eran Korilin, dopo il successo interazione de “La Banda” (uscito anche in Italia in home-video) torna con una nuova commedia malinconica che punta l’attenzione su quello che Colirin adora più raccontare: l’uomo fuori dal suo contesto.
Ma mentre i protagonisti de La banda si trovavano effettivamente in un mondo vicinissimo eppure davvero distante dal loro, il giovane protagonista di The Exchange proverà questa esperienza all’interno di quel mondo che, meno di tutti, dovrebbe sorprenderlo: casa sua.

Il trailer:

Stellette? 10 su 10

Dark Horse

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Todd Solondz
USA
85 minuti

Todd Solondz ha diretto Happiness e questo già basterebbe a elevarlo al ruolo di divinità cui inginocchiarsi rispettosissimi.
E’ anche il regista di Welcome to the dollshouse (in italiano, tenetevi: Fuga dalla scuola media) motivo per cui gli vogliamo benissimo, e anche di tutta una serie di film bellissimi che le sale italiane non hanno mai proiettato (Perdona e Dimentica, Palindromi, ecc).
Con questo Dark Horse le cose non sono andate diversamente, nonostante Solondz si fosse prodigato in descrizioni atte a renderlo appetibile per il pubblico più commerciale: “Dark Horse è il mio tentativo di vedere se fossi stato capace a dirigere un film che non parlasse di stupri, pedofilia, masturbazione. Credo sia importante mettersi sempre alla prova.”
E quindi di cosa parla questo Dark Horse? Dei soliti temi cari a Solondz. Dell’incomunicabilità, dell’incapacità di uscire dalla propria stanza che è guscio, vita e adolescenza e di come l’uomo e la donna funzionino insieme soltanto sopravvivendo ai propri disastri emotivi.
Il tutto con molta più ironia del solito, un cazzottone in faccia ai nerd rivalutati dall’hispteria, e una indimenticabile interpretazione di Justin Bartha.

Il trailer:

Stellette? 7 su 10

Himizu

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Sion Sono
Giappone
129 minuti

Sumida lavora al noleggio barche del padre. Il padre di Sumida ogni sera torna a casa ubriaco e si sfoga menandolo e maledicendolo per la sua esistenza. La madre di Sumida ogni sera si mette in ghingheri e scappa con un uomo diverso.
Chazawa è innamorata di Sumida e vorrebbe vederlo contento.
Ma Sumida vuole una cosa sola: essere un ragazzino NORMALE.
Senza un padre violento, senza una madre libertina, senza un’innamorata asfissiante.
Vorrebbe lavorare al molo, studiare, leggere dei libri e non dover sopportare le persone che lo circondano opprimendolo con le loro vite.
Ma questo non è possibile e Sumida lo capirà la sera che si ritroverà a uccidere suo padre dopo che lui lo avrà maledetto per l’ennesima volta di essere nato. A quel punto, per Sumida sarà chiaro che la “vita normale” non può far per lui e che il suo scopo sarà difendere i deboli dai loro oppressori.
Tratto dal manga omonimo, Himizu è la risposta di Sono alla tragedia di Fukushima. Un invito a rialzarsi e combattere per risolvere i propri problemi, aiutandosi l’un l’altro senza arrendersi alle proprie insofferenze.
Il tutto con lo stile caustico, ironico e grottesco cui il regista di Suicide Squad ci aveva già abituati.
Imperdibile, come tutti i suoi film.

Il trailer:

Stellette? 8 su 10


I’m Carolyn Parker: The Good, The Mad and the Beautiful

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Jonathan Demme
USA
91 minuti

Carolyn Parker fu l’ultima a lasciare il suo quartiere quando giunse l’ordine di evacuazione per l’arrivo dell’uragano Katrina, nell’estate del 2005.
Col ritirarsi delle acque fu la prima a ritornare nella comunità devastata dall’inondazione con il sogno, per molti impossibile, di riportare la sua casa in condizioni normali.
Non è la prima volta che Demme racconta le vittime dell’uragano, dalla sua c’erano già tre incursioni nelle vite di alcuni dei sopravvissuti, ma in questo caso, il documentario su una donna straordinaria come la Parker, gli permette di attraversare sessant’anni di storia americana. La New Orleans degli anni ’40 e della segregazione razziale, l’attivismo per i diritti civili degli anni ’60, fino ad arrivare alla piena conquista di una vita dignitosa, mostrando Carolyn impiegata come cuoca e poi come Chef nei migliori hotel americani.
La vita di Carolyn diventa così quella di uno stato che lotta per crescere e che non muore sotto la forza della natura, perché il suo spirito e forte e leggero assieme.

Il trailer:

Stellette? 7 su 10

Cut

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Amir Naderi
Giappone
132 minuti

Amir Naderi è un maestro del cinema iraniano, ma la sua vera passione è per gli autori giapponesi.
A sentir lui, in ognuno dei suoi film ci sono scene che omaggiano i grandi registi giapponesi del passato, da Kurosawa a Oshima a Ozu.
Cut è la sua dichiarazione d’amore al cinema di cui è da sempre innamorato.
Per metterla in scena sceglie la storia di Shuji, un giovane regista squattrinato, ossessionato dalla ricerca di un cinema di qualità che scopre che il fratello – finanziatore del suo film d’esordio – è stato ucciso dalla Yakuza perché i soldi con cui gli aveva prodotto il film li aveva chiesti a degli strozzini nella speranza di poter incassare tanto da ridarglieli.
Ora tocca proprio a Shuji saldare quel debito e il ragazzo sceglie di pagarlo in un modo inaspettato: considerato che quello che riesce a far meglio è reagire ai violenti pugni che la vita gli dà, propone ai malavitosi di pagarlo per ogni pugno che si lascerà sferrare.
L’idea, piano piano, prende piede e Shuji diventa una celebrità e tra le pieghe di questa storia vedremo scorrere sotto i nostri occhi, tutto ciò che ha fatto la storia del cinema d’autore.
Un film sul cinema, per il cinema, con dentro tutto il cinema che Naderi conosce e ama.
Che ama a tal punto che in sala, poco prima della proiezione, si è alzato in piedi davanti a noi e ci ha urlato: “Questo è il film più importante della mia vita: se non vi piace, mi ammazzo!”
Gli applausi a fine proiezione gli hanno garantito la vita eterna.

Il trailer:

Stellette? 8 su 10

Kotoko

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Tsukamoto Shinya
Giappone
91 minuti

Cocco è una cantante giapponese che Tsukamoto adora.
La sua voce gli piace talmente tanto che, non solo una sua canzone compare in Vital, il  suo film del 2004, ma è anche la voce che più di tutte gli ha fatto compagnia nei lunghi anni in cui si è occupato di accudire sua madre nel decorso della sua malattia.
Per sette anni, la voce di Cocco è l’unica cosa che gli dà un attimo di pace dai bisogni della madre.
Per questo, quando la chiama per farla lavorare nuovamente con lui, le rivela che le ha scritto un copione su misura.
Un copione in cui lei è Kotoko, una donna che ha la maledizione di vedere le persone divise nella loro essenza di buone e cattive e che solo cantando riesce a riunirle in una.
Ma Kotoko è anche una donna che ha appena partorito e le paure per quello che possa accadere al figlio la portano a ucciderlo mille volte nella sua testa, fino a quando i servizi sociali non arriveranno a portarglielo via.
Per aiutare Cocco a recuperare la grazia della sua voce, servirà solo un uomo buono, innamorato di lei e interpretato – guardampo’ – proprio da Shinya Tsukamoto.
Kotoko è un film Tsukamotiano fino al midollo.
Capace di disturbare, spaventare, divertire, ridere, angosciare e commuoverti come solo questo brutto pazzo giapponese riesce a fare. Soprattutto quando è innamorato.

Il trailer:

Stellette? 9 su 10

Black Block

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Carlo Augusto Bachschmidt
Italia
76 minuti

Sette ragazzi: Lena e Niels di Amburgo, Chabi da Saragoza, Mina da Parigi, Dan da Londra, Michael da Nizza e Muli di Berlino.
Un’unica cosa in comune: dal 19 al 22 luglio 2001 erano tutti a Genova a manifestare contro gli 8 più potenti del mondo.
Quello che vedranno e che passeranno rimarrà talmente impresso nei loro occhi, che ancora oggi sono in analisi per tentare di dimenticare.
Le violenze subite, i denti attaccati ai manganelli, il sangue sulle pareti della caserma di Bolzaneto, le umiliazioni sessuali subite e la mattanza all’interno della scuola Diaz.
Bachsmidt non giudica, non applaude, non mistifica.
Ascolta le loro sedute di analisi e tenta di ricostruire quello che neanche le immagini possono mostrare, consegnando quello che è ad oggi, per chi scrive, il film più duro sull’argomento.

Il trailer:

Stellette? 7 su 10

El Campo – Il campo

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Hernàn Belòn
Argentina
82 minuti

Santiago e Elisa hanno appena comprato una casa con un piccolo appezzamento di terra in campagna e iniziano a viverci con la loro bimba. Quanti film horror abbiamo visto iniziare in questo modo?
Quante volte l’ambiente circostante si è trasformato in luogo dell’incubo e la casa, da rifugio, è diventata la camera delle torture da cui fuggire o morire?
Talmente tante che la potenza di questo film è tutta nel non imboccare nessuna delle strade conosciute pur partendo da un incipit così codificato e risultare sorprendente per la capacità di tenersi lontano da tutte le direzioni già percorse.
E’ sinceramente spaventoso “El Campo”, un pezzo unico per l’intrattenimento di genere, in cui la profondità del rapporto di coppia cede il posto all’ambiente che minaccia la loro stessa esistenza.
Da vedere e conservare, inquietudine dopo inquietudine, inquadratura dopo inquadratura, sorpresa dopo sorpresa. Un horror complesso e stratificato che parla all’orrore dentro ognuno di noi, lasciandoci soli e con pochi appigli cui aggrapparci.

Il trailer:

Stellette? 9 su 10

La terre outragee – La terra oltraggiata

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Michale Boganim
Francia
105 minuti

Anija e Petr si stanno sposando ma è il 26 aprile del 1986 e alla centrale di Cernobil avviene un incidente.
Petr è un vigile del fuoco e deve correre.
Petr non tornerà mai più, Cernobil diverrà nel tempo un’attrazione turistica e Anija oggi è una delle guide che racconta la storia di quei posti.
In particolare della città di Pripyat che venne abbandonata di colpo da tutta la popolazione e che, ancora oggi, sembra una città fantasma.
Michale Boganin, sceglie di raccontare la storia di Anjia e di quei reduci che oggi sopravvivono grazie alla tragedia perché sono i luoghi i personaggi principali di questo film.
Le zone proibite.
Le giostre abbandonate.
La terra oltraggiata.
Perché Cernobil è un disastro senza fine e le radiazioni continuano la loro lenta opera di distruzione ben oltre il sarcofago invisibile.
E questo fa di Cernobil un moderno inferno, abitato da demoni invisibili, in uno spazio delimitato da un tempo immobile.

Il trailer:

Stellette? 7 su 10

Love and Bruises

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Lou Ye
Francia
105 minuti

Hua è appena stata lasciata dal compagno e riversa la sua disperazione per le strade della Parigi in cui ha da poco iniziato ad insegnare.
Niente sembra sollevarla fino all’arrivo dell’operaio Mathieu che la colpirà casualmente con una mazzetta di tubi innocenti in pieno volto.
Il ragazzo la aiuterà a riprendersi, si scuserà, le offrirà da bere, si scuserà di nuovo.
La inviterà a passare la serata insieme, e al di lei “No, grazie”, la violenterà in un angolo.
non si scuserà.
Quali basi migliori per dimenticare la precedente storia d’amore ed iniziarne una nuova?
Questo l’incipit di Love & Bruises in cui la tormentata storia tra i due è il veicolo per raccontare il bisogno di stare insieme che ci contraddistingue.
Non è importante il contesto sociale, Hua si muove tra le classi più basse e quelle più alte, tra gli intellettuali e chi ha appena la licenza media. I parigini e i suoi conterranei di Pechino.
Chi la venera e chi la umilia.
Tra le carezze e i lividi. La paura e la tenerezza.
E tra questi estremi, il suo corpo usato come volontà e rappresentazione per siglare il passaggio obbligato per arrivare a provare qualcosa. Se i toni dello script sono altalenanti, discontinui e alternano momenti veramente buoni (tutto il primo atto) ad altri in cui sembra girare a vuoto (la mole di trame aperte, a totale servizio di un sottotesto già ampiamente esplicitato, la tematica, non propriamente inedita) la regia, tutta incentrata sui due attori in stato di grazia, è invece salda, accurata e ben concentrata su quello che maggiormente interessa a Ye: mostrarci la purezza di quell’anima, che i due personaggi, tra di loro, sembrano non riuscire a raggiungere mai.

Il trailer:

Stellette? 7 su 10

Cafe de flore

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Jean Marc Vallée
Canada
120 minuti

Jean Marc Vallée non si limita a seminare aspettative o a intessere microtrame tra le trame, ma gioca con lo spettatore instillando, sin dal principio, un senso di attesa, tra l’angoscia e la meraviglia, dell’attimo in cui tutto deflagrerà. Conduce la narrazione esattamente come Antoine (l’esordiente Kevin Parent) alterna il passaggio tra un brano musicale e l’altro nelle sue serate da DJ. Interrompendolo. Attirando l’attenzione del pubblico. Rischiando i fischi e raccogliendo applausi per raccontare le vite parallele di Antoine e Jaqueline.
Il primo è l’uomo che ha tutto: lanciatissimo nella sua carriera in campo musicale, felicemente innamorato – e ricambiato – dalla sua anima gemella, due figlie che lo adorano, genitori ancora in vita. La seconda (una straordinaria Vanessa Paradis), dopo aver dato alla luce un figlio affetto da sindrome di Down decide di dedicare ogni suo sforzo nell’impresa di fargli vivere una vita normale. Il primo vive a Montreal ma viaggia da un continente all’altro per far ballare il mondo. La seconda vive nella parigi del 1969.
Tra di loro, l’amore di due adolescenti della seconda metà degli anni ’80. Due ragazzi consacrati alla musica – in particolare alla new wave inglese – e a quello che provano l’uno verso l’altra. E la musica, quella suonata da Antoine, cantata da Jaqueline e ascoltata dai due ragazzi, accompagna la scansione narrativa dei loro rispettivi percorsi.

Café del Flore ha l’immenso pregio, soprattutto, di smarcarsi da tutti quei vicoli ciechi che si potrebbero ipotizzare alla visione del trailer (il pietismo verso la malattia, l’epica dell’amore adolescente, l’ameliesmo del personaggio di Jaqueline, l’autorialismo francese) trasformandoli nell’unica strada percorribile per raggiungere quella serenità a cui tutti ambiamo, di cui tutti abbiamo bisogno.

Quella serenità che può sembrare necessità di assoluzione ma è solo richiesta di pace.

In una frase: uno dei miei film preferiti degli ultimi anni.

Il trailer:

Stellette? 10 su 10

 

E con l’edizione 2011 mi fermo qui. Altri film belli belli sono usciti in sala, altri li reperite facilmente in dvd. Per questi rischiate di faticare un po’, ma troverete qualcosa di speciale in ognuno di loro.
Buona visione.

 

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Syd Field definiva la sceneggiatura come il film sulla carta.
E aveva ragione.
Ma la sceneggiatura è anche uno spot prima che venga girato.
Un videoclip musicale non ancora realizzato.
Un cartone animato su cui stanno già lavorando gli storyboardisti.
Un fumetto cui il disegnatore ha appena iniziato a dare corpo.
La sceneggiatura è lo strumento cui ruota intorno tutto il mondo dell’intrattenimento audiovisivo.
Senza sceneggiatori non ci sarebbero film, non ci sarebbero fumetti, serie tv, spettacoli teatrali, cartoni animati, videoclip musicali.

E’ il motivo per cui tengo da anni dei workshop indirizzati a far capire ad autori esordienti, indecisi su quelli che possono essere i loro probabili percorsi professionali, quale ampio ventaglio di possibilità possa offrirgli la capacità di scrivere una buona sceneggiatura.

I valenti organizzatori dell’imminente edizione del Napoli Comicon mi hanno invitato proprio per parlarvi di questo, in un incontro di due ore che si terrà Venerdì 2 maggio nella Sala Incontri Clerville, dalle 14:00 alle 16:00.

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Se vi interessa l’argomento, se avete domande in merito, se è proprio questo il percorso che volete intraprendere o se siete semplicemente curiosi di capire cosa si nasconde dietro il vostro fumetto/film/cartone animato preferito… passate a trovarmi.
Avremo molte cose da dirci.

Se invece volete farvi quattro risate e allo stesso tempo vedere due disegnatori eccezionali all’opera, svegliatevi un po’ prima e presentatevi in fiera alle 11:00. Potrete così assistere a un “combattimento” decisamente fuori dal comune:

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Io avrò l’onore di arbitrare uno degli scontri più ambiziosi:

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Palesatevi, se credete di poter reggere alle botte da orbi che si daranno!

Ci si vede a Napoli!

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Venerdì, Sabato e Domenica si svolgerà la nuova edizione del festival del fumetto di Mantova.
Tra i molteplici e interessanti motivi per andarla a visitare (Ehy, c’è il creatore di Lupo Solitario. Ne vogliamo parlare?) ce ne sono anche tre che mi riguardano.
Il primo avverrà alle 11.40 di Sabato.

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Per festeggiare degnamente la festa della donna terrò un workshop di sceneggiatura che avrà per titolo:

SCENEGGIARE PER CINEMA, FUMETTO E TV AL FINE DI FOTTERE IL PRECARIATO E ACCONTENTARE TUTTE LE VOSTRE MOLTEPLICI PERSONALITA’

Lo scopo, è quello di farvi uscire da quella stanza con la convinzione che, sì, viviamo in un periodo terribile in cui trovare lavoro sembra quasi l’incipit di una barzelletta, MA mai come oggi c’è la possibilità di manipolare con facilità i differenti linguaggi del racconto al servizio dei media.

Basta volerli studiare.
Basta volerlo fare.

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Alle 14:00 invece, sempre di sabato e sempre per accontentare la moltitudine di donne scalmanate giunte lì solo per noi, presenterò quello che è ormai diventata una consuetudine di Mantova Comics, l’incontro con quelle che oggi sono delle vere e proprie star: gli youtubers!

Con me, sul palco Cosplay della sala grande troverete quattro stalloni di razza:

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Daniele Doesn’t Matter

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Dario Moccia

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e il mitologico Farenz!

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Se volete vederli in carne ed ossa, e per una volta senza pixel, accorrete.
Il nostro scopo sarà farvi divertire.

Se invece di questi incontri non ve ne frega niente e volete solo incontrarmi per dirmi Ciao! mi trovate in giro per la fiera.
Sono quello grosso.
Ci  si vede a Mantova!

—–

P.S.
Dice: “Ma non avevi detto che erano 3 i motivi per cui salivi a Mantova?”
Sì, è vero.
Ma il terzo non c’è sul programma del festival ed ha a che fare con un piccolo nanetto di poco più di due mesi che si farà la prima convention fumettosa della sua vita.
E sarà vestito da Super GZ.
Ecco.

Come sopravvivere a San Valentino.

14 febbraio 2014 da Mauro

E’ il titolo del piccolo corto animato che abbiamo realizzato appositamente io (soggetto, sceneggiatura e regia) Giovanni Scarfini (regia, animazione, compositing, montaggio e musiche) Federico Rossi Edrighi (storyboard) e Sonia Aloi (design).

Fa parte di un progetto più complesso che vede protagonisti le property di Pupo Mannaro ed è indirizzato ai bimbissimi.

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In questo caso però, ci siamo presi una pausa dal prescolare e abbiamo giocato con l’annoso problema che ogni anno, in questi giorni, vede frapporsi le squadre dei Pomicianti Assillanti contro quella dei Sani Portatori di Odio.
E il vincitore sarà, come sempre, l’amore il rutto.

Spero vi piaccia.

Nove mesi. Trentuno giorni.

17 gennaio 2014 da Mauro

finale mini mini

 

Dieci cose che ho imparato in un mese da papà.
Non una di più.
Non una di meno.

 

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Non importa quanto tempo abbiate atteso l’arrivo di un figlio nelle vostre vite, per quanti libri abbiate letto, per quanti corsi abbiate frequentato, per quanto vi sentiate pronti:  l’impatto è quello di un camion che vi colpisce in pieno volto.
Ma non un camion cattivo, tranquilli, un camion buono, fatto di supplì e mozzarella, che vi investe con tutta la sua forza.
L’unica cosa che potete fare è aprire la bocca e mangiare forte, senza trattenere il respiro mai.
E urlarlo a tutto il mondo.

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I trentuno giorni non sono cumulativi.
Non ho fatto un apprendistato di un mese, ho vissuto 31 giorni della marmotta al contrario, e le cose, ogni mattina, ricominciavano da capo e in modo del tutto diverso dal precedente.
Tre giorni fa il bimbo non piangeva se lo mettevo nella culla con la cappottina alzata. L’altro ieri stava tranquillo solo se stava tra le mie braccia. Ieri ululava se la madre si allontanava per un solo istante. Oggi ha gli occhi aperti e vuole stare sulla mia gamba destra. A pancia in giù.
Ma comunque, in ogni caso, nel bel mezzo della notte esige che io gli canti le canzoni di Nick Cave, anche quelle di cui ignoro i testi. True Story.

 

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La tetta è la sua unica ragione di vita.
Il suo monolito nero.
Il suo dio, la sua migliore amica, la sua confidente.
Colei Che Appaga Ogni Sua Necessità.
Per farla arrivare gli basta aprire la boccuccia nell’aria come un uccellino nel suo nido.
Solo che l’uccellino, bene che gli va, si ritrova in bocca un verme, vostro figlio, magicamente, un capezzolo.

Ah, prima che cominciate, tentare di emularlo boccheggiando per aria vi farà sembrare dei grassi salmoni appena pescati.
E questo è buono perché otterrete il risultato di far ridere la vostra compagna.
Da lì, al capezzolo, è un attimo.

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Molti vi diranno: “Ehhh ma la madre è la madre.”
Come a dire che noi contiamo come il due di coppe mentre il resto del tavolo gioca a Taboo.
Falso.
Non credetegli.
La madre è la madre, vero, ma la sua tranquillità, la sua sacra serenità, è totale appannaggio dei padri.
Per cui, rimboccatevi le maniche, sorridete, gioite, calma sempre e voce bassa.
Dimenticate il vostro lavoro. Fatevi la doccia in 4 minuti. Cucinate, o almeno provateci. Piegate i panni stesi ad asciugare. Sterilizzate ciucci e biberon. Andate a fare la spesa. Fate sparire le merde di cane da tutta via dei Sabelli.
Insomma, fate tutto ciò che pensiate possa tranquillizzare la vostra compagna, perché una donna che ha appena partorito è come mille cavalieri neri.
E lo sappiamo bene cos’è che non bisogna fare mai mai mai mai al cavaliere nero.

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Abituatevi: la vostra compagna, la stessa che prima andava in giro per casa vestita di tutto punto, precisa e ordinata anche prima di mettersi a dormire, dismetterà ogni parvenza di forma per focalizzarsi sul bimbo.
E questo non vuol mica dire che se ne starà per casa più trasandata, tsè, questo sarebbe fin troppo facile da gestire.
Significa invece, che la vostra compagna, che non è mai stata così bella, così formosa, così perfetta, si trasformerà in una dominatrix da videogioco anni ’90, tutta corpettini stretti per la pancia e tette perennemente al vento a causa di quei reggiseni senza coppe che si usano per l’allattamento.
Bello?

No.

Perché tutto questo avviene nell’unico mese della vostra vita in cui avete solennemente promesso al ginecologo che farete soltanto bacetti.

Ah! E a proposito, sulle meraviglie del sesso durante la gravidanza girano mille leggende metropolitane.
Non credete a nessuna.
Sono false come quelle dell’autostoppista e più di qualsiasi cosa possa avervi raccontato vostro cugggino.
Tutti quelli che vi raccontano di quanto sia straordinario il sesso durante la gravidanza lo fanno malignamente per creare in voi delle false aspettative, ma la realtà è soltanto una: farlo in quei mesi vuol dire importunare una donna che sta reggendo in equilibrio un cocomero di 6 kg sulla pancia.
Un cocomero che sul più bello, puntualmente, deciderà di farsi venire il singhiozzo.

Che in effetti fa ride’ tantissimo.
E a ridere, infatti, dovrete prenderla.

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Egli è come Samara, quindi non dorme mai.
Ma per qualche motivo inspiegabile (ma probabilmente riconducibile alle morfine che sgancia a ripetizione) voi non lo odierete. Semplicemente vi alzerete in piena notte, lo cullerete, assisterete all’allattamento – o lo allatterete voi col latte artificiale – e poi tornerete felicemente a dormire.

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Per due ore.
Se siete fortunati, tre.
Allora vi alzerete, lo prenderete di nuovo, lo cullerete da capo… e riaddormentandovi vi chiederete com’è possibile che riusciate a farlo.
E a quel punto il cosetto sgancerà un’altra morfina.

In più: se quando lo tenete in braccio con una mano tentate di mandare un sms con l’altra, o di risponde a una mail, Egli se ne accorge.
Se mentre lo cullate vi distraete guardando un video scemo su youtube, Egli se ne accorge.
Se appena lo infilate nella culla vi sbrigate a cenare, Egli se ne accorge.

E ogni volta che Egli se ne accorge, sono cazzi.

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Perché nessuno può mettere Egli in un angolo.

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In sala parto dovrete essere eroi e destreggiarvi come Pippo Franco mostrandovi sia laziali, che romanisti.
Alla vista della vostra compagna che travaglia da 21 ore resistete alla tentazione di strapparla dai tubi gridando: “Ti salvo io!”, fatela concentrare su di voi, fatela respirare, contare, MA NON FATELA MAI RIDERE, che per colpa mia Martina stava partorendo un polmone.

Ma soprattutto: preoccupatevi di tranquillizzarla e di tranquillizzare i parenti.
Rassicurare il parentado è fondamentale.
Molto utili, allo scopo, le bugie rassicuranti e l’invio di quelle foto scattate di nascosto mentre la vostra compagna rantolava così tanto che sembrava sorridesse.

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L’invasione dei parenti non è affatto quell’orrore che descrivono.
Ok, è vero, i parenti inizialmente tenderanno a trattare quel bimbo come se fosse il loro e voi due come dei completi sconosciuti capitati lì per caso.
E’ vero, verrete angosciati su base quotidiana dall’estenuante gioco delle somiglianze.
E’ vero, ai loro occhi sbaglierete qualsiasi cosa.
E’ vero, i nonni inizieranno a battersi per il possesso del pupo ma è la vostra buona occasione per ricattarli e farli sfidare a colpi di cene luculliane e di turni di latte.

E vederli sciogliersi davanti a quei cosetti appena nati vale più di ogni eventuale stranimento che potranno farvi venire.

Per cui: nonni sì. Sempre.

E per quanto vi considereranno per sempre figli, lo sanno che adesso siete diventati padri.
Proprio come loro.

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Gli amici reagiscono in modi bizzarri.
Ci sono quelli felicissimi per voi, quelli che si commuovono, quelli che vi chiamano, quelli vengono a trovare spesso per seguire la sua crescita.
Ci sono quelli che hanno sempre il timore di disturbare. Quelli che continuano serenamente la loro vita.
Ci sono quelli felicissimi per voi che però spariscono come se potessero restare incinti anche loro nonostante li abbiate rassicurati che non s’attacca.
Ci sono quelli che si agitano. Quelli che allora finalmente prendono coraggio e lo fanno anche loro.
Quelli che non vi conoscono ma si sentono in dovere di farvi capire quante cose state sbagliando e quanto invece vi converrebbe seguire i loro consigli.
Quelli che non gli importa nulla e che vi vogliono bene come prima e quelli che adesso vi vorranno ancora più bene.
Ci sono tantissimi pudori sulla gravidanza, sul viverla, sul mostrarla, sul raccontarla, per questo le reazioni saranno sempre diverse.

Io, dal mio conto, ho capito che vedere un mio amico che tiene in braccio mio figlio mi emoziona così tanto da farmi venire le lacrime agli occhi, e questo è il motivo per quella foto che trovate lì in alto, a inizio post.
Cliccatela che diventa grande.
Io me la guardo e me la riguardo come uno scemo, amando tutti e dispiacendomi per quelli che c’erano ma ho dimenticato di fotografare.

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Guardare Martina che tiene in braccio nostro figlio è la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto il resto.

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La mia ultima volta.

31 dicembre 2013 da Mauro

clessidra

C’ho il male della clessidra.
Campo capovolgendo i finali per vedere come ricominciano, e svuoto gli inizi di tutta la sabbia inutile che mi distrae da quell’unico granello bianco che merita di essere tenuto stretto tra le dita.

Colpa di un’epoca così ossessionata dal nuovo, dalle prime volte, da tutto ciò che comincia e ricomincia di continuo, da farci dimenticare che soltanto i finali contengono tutte quelle storie che mille inizi hanno contribuito a creare.

Quante volte abbiamo ripensato al nostro primo bacio? Al primo giorno di scuola? Di università? Alla prima volta che abbiamo fatto l’amore?
Così tante da scordarci che soltanto fino un momento prima stavamo vivendo il Nostro Fantastico Ultimo Giorno Da Vergini, che noi non ce l’avevamo mica l’obbligo di svegliarci presto e di indossare un grembiule, e che per tremare servivano l’autunno e l’inverno, non soltanto il pensiero di lei.

Questo perché per arrivare a una sola prima volta, dobbiamo sopravvivere a tutte le ultime necessarie.

E io, quest’ultimo post del 2013, voglio dedicarlo proprio a loro.
A tutte le ultime volte che ho guardato in faccia negli ultimi tempi per arrivare dove non ero mai stato.

All’ultima volta che sono andato dal mio barbiere preferito, in Via dei Sardi, facendomi accompagnare da una femmina molto scema.

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L’ultimo concerto in cui ho perso la voce.

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L’ultima sceneggiatura completata e consegnata.

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L’ultima volta che sono entrato nella mia fumetteria preferita.

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L’ultima volta che mi sono mascherato.

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L’ultima volta che ti ho vista totorarti per la notte.

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All’ultimo film visto al cinema,

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e all’ultima passeggiata per Roma.

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All’ultima volta che ti ho portata nella nostra nuova casa.

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All’ultima serie tv che ho guardato fino alla fine, con le lacrime agli occhi.

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All’ultima volta che ho visto Raffo, Gabri e Ester,

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e all’ultima domenica con la mia famiglia.

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All’ultima cena che abbiamo fatto insieme tu ed io.

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All’ultimo thé preparato prima di andare a dormire.

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All’ultima foto scattata al rumore notturno di Roma e del suo fiume.

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E all’ultimo vestito indossato,

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l’ultima porta aperta,

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l’ultima mano stretta,

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L’ultimo attimo in cui il mio respiro s’è fermato,

prima di diventare padre.

Per la prima volta. E per sempre.

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Per te che anche aprire gli occhi è una prima volta.
Respirare. Mangiare. Urlare. Sorridere è una prima volta.

Per te girerò la clessidra ogni volta che ce ne sarà bisogno, allineandola ai tuoi giorni e alle tue notti.
Alle tue scoperte, ai tuoi sbagli, alle tue vittorie, ai tuoi rifiuti, alle tue rivoluzioni.
E alla tua serenità.
Che sarà il mio unico obiettivo, da questo momento in poi.

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Perché tu sei tutto ciò che sta tra l’inizio e la fine della clessidra.
Quell’unico granello bianco che merita di essere tenuto stretto tra le dita.

Benvenuto GZ.
Per la prima volta.

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