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Venerdì, Sabato e Domenica si svolgerà la nuova edizione del festival del fumetto di Mantova.
Tra i molteplici e interessanti motivi per andarla a visitare (Ehy, c’è il creatore di Lupo Solitario. Ne vogliamo parlare?) ce ne sono anche tre che mi riguardano.
Il primo avverrà alle 11.40 di Sabato.

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Per festeggiare degnamente la festa della donna terrò un workshop di sceneggiatura che avrà per titolo:

SCENEGGIARE PER CINEMA, FUMETTO E TV AL FINE DI FOTTERE IL PRECARIATO E ACCONTENTARE TUTTE LE VOSTRE MOLTEPLICI PERSONALITA’

Lo scopo, è quello di farvi uscire da quella stanza con la convinzione che, sì, viviamo in un periodo terribile in cui trovare lavoro sembra quasi l’incipit di una barzelletta, MA mai come oggi c’è la possibilità di manipolare con facilità i differenti linguaggi del racconto al servizio dei media.

Basta volerli studiare.
Basta volerlo fare.

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Alle 14:00 invece, sempre di sabato e sempre per accontentare la moltitudine di donne scalmanate giunte lì solo per noi, presenterò quello che è ormai diventata una consuetudine di Mantova Comics, l’incontro con quelle che oggi sono delle vere e proprie star: gli youtubers!

Con me, sul palco Cosplay della sala grande troverete quattro stalloni di razza:

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Daniele Doesn’t Matter

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Dario Moccia

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e il mitologico Farenz!

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Se volete vederli in carne ed ossa, e per una volta senza pixel, accorrete.
Il nostro scopo sarà farvi divertire.

Se invece di questi incontri non ve ne frega niente e volete solo incontrarmi per dirmi Ciao! mi trovate in giro per la fiera.
Sono quello grosso.
Ci  si vede a Mantova!

—–

P.S.
Dice: “Ma non avevi detto che erano 3 i motivi per cui salivi a Mantova?”
Sì, è vero.
Ma il terzo non c’è sul programma del festival ed ha a che fare con un piccolo nanetto di poco più di due mesi che si farà la prima convention fumettosa della sua vita.
E sarà vestito da Super GZ.
Ecco.

Come sopravvivere a San Valentino.

14 febbraio 2014 da Mauro

E’ il titolo del piccolo corto animato che abbiamo realizzato appositamente io (soggetto, sceneggiatura e regia) Giovanni Scarfini (regia, animazione, compositing, montaggio e musiche) Federico Rossi Edrighi (storyboard) e Sonia Aloi (design).

Fa parte di un progetto più complesso che vede protagonisti le property di Pupo Mannaro ed è indirizzato ai bimbissimi.

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In questo caso però, ci siamo presi una pausa dal prescolare e abbiamo giocato con l’annoso problema che ogni anno, in questi giorni, vede frapporsi le squadre dei Pomicianti Assillanti contro quella dei Sani Portatori di Odio.
E il vincitore sarà, come sempre, l’amore il rutto.

Spero vi piaccia.

Nove mesi. Trentuno giorni.

17 gennaio 2014 da Mauro

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Dieci cose che ho imparato in un mese da papà.
Non una di più.
Non una di meno.

 

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Non importa quanto tempo abbiate atteso l’arrivo di un figlio nelle vostre vite, per quanti libri abbiate letto, per quanti corsi abbiate frequentato, per quanto vi sentiate pronti:  l’impatto è quello di un camion che vi colpisce in pieno volto.
Ma non un camion cattivo, tranquilli, un camion buono, fatto di supplì e mozzarella, che vi investe con tutta la sua forza.
L’unica cosa che potete fare è aprire la bocca e mangiare forte, senza trattenere il respiro mai.
E urlarlo a tutto il mondo.

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I trentuno giorni non sono cumulativi.
Non ho fatto un apprendistato di un mese, ho vissuto 31 giorni della marmotta al contrario, e le cose, ogni mattina, ricominciavano da capo e in modo del tutto diverso dal precedente.
Tre giorni fa il bimbo non piangeva se lo mettevo nella culla con la cappottina alzata. L’altro ieri stava tranquillo solo se stava tra le mie braccia. Ieri ululava se la madre si allontanava per un solo istante. Oggi ha gli occhi aperti e vuole stare sulla mia gamba destra. A pancia in giù.
Ma comunque, in ogni caso, nel bel mezzo della notte esige che io gli canti le canzoni di Nick Cave, anche quelle di cui ignoro i testi. True Story.

 

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La tetta è la sua unica ragione di vita.
Il suo monolito nero.
Il suo dio, la sua migliore amica, la sua confidente.
Colei Che Appaga Ogni Sua Necessità.
Per farla arrivare gli basta aprire la boccuccia nell’aria come un uccellino nel suo nido.
Solo che l’uccellino, bene che gli va, si ritrova in bocca un verme, vostro figlio, magicamente, un capezzolo.

Ah, prima che cominciate, tentare di emularlo boccheggiando per aria vi farà sembrare dei grassi salmoni appena pescati.
E questo è buono perché otterrete il risultato di far ridere la vostra compagna.
Da lì, al capezzolo, è un attimo.

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Molti vi diranno: “Ehhh ma la madre è la madre.”
Come a dire che noi contiamo come il due di coppe mentre il resto del tavolo gioca a Taboo.
Falso.
Non credetegli.
La madre è la madre, vero, ma la sua tranquillità, la sua sacra serenità, è totale appannaggio dei padri.
Per cui, rimboccatevi le maniche, sorridete, gioite, calma sempre e voce bassa.
Dimenticate il vostro lavoro. Fatevi la doccia in 4 minuti. Cucinate, o almeno provateci. Piegate i panni stesi ad asciugare. Sterilizzate ciucci e biberon. Andate a fare la spesa. Fate sparire le merde di cane da tutta via dei Sabelli.
Insomma, fate tutto ciò che pensiate possa tranquillizzare la vostra compagna, perché una donna che ha appena partorito è come mille cavalieri neri.
E lo sappiamo bene cos’è che non bisogna fare mai mai mai mai al cavaliere nero.

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Abituatevi: la vostra compagna, la stessa che prima andava in giro per casa vestita di tutto punto, precisa e ordinata anche prima di mettersi a dormire, dismetterà ogni parvenza di forma per focalizzarsi sul bimbo.
E questo non vuol mica dire che se ne starà per casa più trasandata, tsè, questo sarebbe fin troppo facile da gestire.
Significa invece, che la vostra compagna, che non è mai stata così bella, così formosa, così perfetta, si trasformerà in una dominatrix da videogioco anni ’90, tutta corpettini stretti per la pancia e tette perennemente al vento a causa di quei reggiseni senza coppe che si usano per l’allattamento.
Bello?

No.

Perché tutto questo avviene nell’unico mese della vostra vita in cui avete solennemente promesso al ginecologo che farete soltanto bacetti.

Ah! E a proposito, sulle meraviglie del sesso durante la gravidanza girano mille leggende metropolitane.
Non credete a nessuna.
Sono false come quelle dell’autostoppista e più di qualsiasi cosa possa avervi raccontato vostro cugggino.
Tutti quelli che vi raccontano di quanto sia straordinario il sesso durante la gravidanza lo fanno malignamente per creare in voi delle false aspettative, ma la realtà è soltanto una: farlo in quei mesi vuol dire importunare una donna che sta reggendo in equilibrio un cocomero di 6 kg sulla pancia.
Un cocomero che sul più bello, puntualmente, deciderà di farsi venire il singhiozzo.

Che in effetti fa ride’ tantissimo.
E a ridere, infatti, dovrete prenderla.

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Egli è come Samara, quindi non dorme mai.
Ma per qualche motivo inspiegabile (ma probabilmente riconducibile alle morfine che sgancia a ripetizione) voi non lo odierete. Semplicemente vi alzerete in piena notte, lo cullerete, assisterete all’allattamento – o lo allatterete voi col latte artificiale – e poi tornerete felicemente a dormire.

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Per due ore.
Se siete fortunati, tre.
Allora vi alzerete, lo prenderete di nuovo, lo cullerete da capo… e riaddormentandovi vi chiederete com’è possibile che riusciate a farlo.
E a quel punto il cosetto sgancerà un’altra morfina.

In più: se quando lo tenete in braccio con una mano tentate di mandare un sms con l’altra, o di risponde a una mail, Egli se ne accorge.
Se mentre lo cullate vi distraete guardando un video scemo su youtube, Egli se ne accorge.
Se appena lo infilate nella culla vi sbrigate a cenare, Egli se ne accorge.

E ogni volta che Egli se ne accorge, sono cazzi.

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Perché nessuno può mettere Egli in un angolo.

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In sala parto dovrete essere eroi e destreggiarvi come Pippo Franco mostrandovi sia laziali, che romanisti.
Alla vista della vostra compagna che travaglia da 21 ore resistete alla tentazione di strapparla dai tubi gridando: “Ti salvo io!”, fatela concentrare su di voi, fatela respirare, contare, MA NON FATELA MAI RIDERE, che per colpa mia Martina stava partorendo un polmone.

Ma soprattutto: preoccupatevi di tranquillizzarla e di tranquillizzare i parenti.
Rassicurare il parentado è fondamentale.
Molto utili, allo scopo, le bugie rassicuranti e l’invio di quelle foto scattate di nascosto mentre la vostra compagna rantolava così tanto che sembrava sorridesse.

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L’invasione dei parenti non è affatto quell’orrore che descrivono.
Ok, è vero, i parenti inizialmente tenderanno a trattare quel bimbo come se fosse il loro e voi due come dei completi sconosciuti capitati lì per caso.
E’ vero, verrete angosciati su base quotidiana dall’estenuante gioco delle somiglianze.
E’ vero, ai loro occhi sbaglierete qualsiasi cosa.
E’ vero, i nonni inizieranno a battersi per il possesso del pupo ma è la vostra buona occasione per ricattarli e farli sfidare a colpi di cene luculliane e di turni di latte.

E vederli sciogliersi davanti a quei cosetti appena nati vale più di ogni eventuale stranimento che potranno farvi venire.

Per cui: nonni sì. Sempre.

E per quanto vi considereranno per sempre figli, lo sanno che adesso siete diventati padri.
Proprio come loro.

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Gli amici reagiscono in modi bizzarri.
Ci sono quelli felicissimi per voi, quelli che si commuovono, quelli che vi chiamano, quelli vengono a trovare spesso per seguire la sua crescita.
Ci sono quelli che hanno sempre il timore di disturbare. Quelli che continuano serenamente la loro vita.
Ci sono quelli felicissimi per voi che però spariscono come se potessero restare incinti anche loro nonostante li abbiate rassicurati che non s’attacca.
Ci sono quelli che si agitano. Quelli che allora finalmente prendono coraggio e lo fanno anche loro.
Quelli che non vi conoscono ma si sentono in dovere di farvi capire quante cose state sbagliando e quanto invece vi converrebbe seguire i loro consigli.
Quelli che non gli importa nulla e che vi vogliono bene come prima e quelli che adesso vi vorranno ancora più bene.
Ci sono tantissimi pudori sulla gravidanza, sul viverla, sul mostrarla, sul raccontarla, per questo le reazioni saranno sempre diverse.

Io, dal mio conto, ho capito che vedere un mio amico che tiene in braccio mio figlio mi emoziona così tanto da farmi venire le lacrime agli occhi, e questo è il motivo per quella foto che trovate lì in alto, a inizio post.
Cliccatela che diventa grande.
Io me la guardo e me la riguardo come uno scemo, amando tutti e dispiacendomi per quelli che c’erano ma ho dimenticato di fotografare.

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Guardare Martina che tiene in braccio nostro figlio è la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto il resto.

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La mia ultima volta.

31 dicembre 2013 da Mauro

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C’ho il male della clessidra.
Campo capovolgendo i finali per vedere come ricominciano, e svuoto gli inizi di tutta la sabbia inutile che mi distrae da quell’unico granello bianco che merita di essere tenuto stretto tra le dita.

Colpa di un’epoca così ossessionata dal nuovo, dalle prime volte, da tutto ciò che comincia e ricomincia di continuo, da farci dimenticare che soltanto i finali contengono tutte quelle storie che mille inizi hanno contribuito a creare.

Quante volte abbiamo ripensato al nostro primo bacio? Al primo giorno di scuola? Di università? Alla prima volta che abbiamo fatto l’amore?
Così tante da scordarci che soltanto fino un momento prima stavamo vivendo il Nostro Fantastico Ultimo Giorno Da Vergini, che noi non ce l’avevamo mica l’obbligo di svegliarci presto e di indossare un grembiule, e che per tremare servivano l’autunno e l’inverno, non soltanto il pensiero di lei.

Questo perché per arrivare a una sola prima volta, dobbiamo sopravvivere a tutte le ultime necessarie.

E io, quest’ultimo post del 2013, voglio dedicarlo proprio a loro.
A tutte le ultime volte che ho guardato in faccia negli ultimi tempi per arrivare dove non ero mai stato.

All’ultima volta che sono andato dal mio barbiere preferito, in Via dei Sardi, facendomi accompagnare da una femmina molto scema.

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L’ultimo concerto in cui ho perso la voce.

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L’ultima sceneggiatura completata e consegnata.

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L’ultima volta che sono entrato nella mia fumetteria preferita.

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L’ultima volta che mi sono mascherato.

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L’ultima volta che ti ho vista totorarti per la notte.

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All’ultimo film visto al cinema,

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e all’ultima passeggiata per Roma.

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All’ultima volta che ti ho portata nella nostra nuova casa.

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All’ultima serie tv che ho guardato fino alla fine, con le lacrime agli occhi.

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All’ultima volta che ho visto Raffo, Gabri e Ester,

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e all’ultima domenica con la mia famiglia.

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All’ultima cena che abbiamo fatto insieme tu ed io.

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All’ultimo thé preparato prima di andare a dormire.

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All’ultima foto scattata al rumore notturno di Roma e del suo fiume.

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E all’ultimo vestito indossato,

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l’ultima porta aperta,

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l’ultima mano stretta,

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L’ultimo attimo in cui il mio respiro s’è fermato,

prima di diventare padre.

Per la prima volta. E per sempre.

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Per te che anche aprire gli occhi è una prima volta.
Respirare. Mangiare. Urlare. Sorridere è una prima volta.

Per te girerò la clessidra ogni volta che ce ne sarà bisogno, allineandola ai tuoi giorni e alle tue notti.
Alle tue scoperte, ai tuoi sbagli, alle tue vittorie, ai tuoi rifiuti, alle tue rivoluzioni.
E alla tua serenità.
Che sarà il mio unico obiettivo, da questo momento in poi.

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Perché tu sei tutto ciò che sta tra l’inizio e la fine della clessidra.
Quell’unico granello bianco che merita di essere tenuto stretto tra le dita.

Benvenuto GZ.
Per la prima volta.

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Incontrai Lilin (al secolo Chiara Pulitanò) per la prima volta a casa mia.
Con lei c’erano i suoi genitori, il suo fidanzato e il cantautore e produttore musicale Tony Bungaro che per primo me ne aveva parlato.
Tony non è un uomo dai facilissimi entusiasmi per questo quando mi telefonò per dirmi che dovevo conoscere questa ragazza dai grandi capelli rossi, gli occhi infiniti e una voce che nasconde molto più di quello che apparentemente rivela, nonostante io fossi incastrato con un articolo per XL nella temibile sala stampa del Festival del Cinema di Venezia, smisi di scrivere e gli chiesi di mandarmi direttamente un brano per capire di cosa stesse parlando.

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Un mese e mezzo dopo parlo con lei rivelandole la mia idea.
La sua canzone e la sua voce mi avevano fatto immaginare questa ragazza che si muove per una Roma senza nome, senza vie, senza forme riconoscibili, alle prese con una sua piccola missione personale: ricercare nei dettagli dei disegni e dei colori quelle piccole parti che le servivano per ritrovare una Berlino che non era più sua.
E per mostrare questo percorso volevo togliere da Roma tutte le architetture e i paesaggi che solitamente la rappresentano per raccontarla soltanto con i capolavori della street art che la colorano un po’ ovunque.

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Girare il video del brano d’esordio di Lilin me l’ha permesso.

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Dentro ci troverete i primi passi della sua storia artistica.
Ci troverete i colori e i segni di Alice Pasquini, Solo, Blu, Diavù, Ron English e molti altri.
Ci troverete una Roma che non avete mai visto, nascosta tra le vie invisibili che la collegano in un unico affresco da San Lorenzo, al Porto Fluviale passando per le stradine del Quadraro.
Una Roma puzzona e spiazzante, ironica e violenta, che potrete riconoscere soltanto in uno degli shot finali, dove rendiamo omaggio al fiume eterno e al nostro colosseo post industriale.

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E ci troverete una storia di coppie, solitudini e di come, per ritrovarsi in due, spesso bisogna costruirsi la propria Berlino personale. Spero vi piaccia. Eccolo:

Cliccando QUI invece potrete vedere anche le foto di backstage scattate da Meme Panzuta. E scoprire quanto si possa arrivare ad essere scemi su un set. Tra balletti e trucchi improvvisati.

 

Venere in pelliccia – Recensione.

2 dicembre 2013 da Mauro

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Di nuovo personaggi rinchiusi all’interno di uno spazio da cui non è possibile uscire.

Di nuovo il mondo esterno relegato a un semplice carrello di in e out, a un contenitore di storie e palcoscenici, di autori, attori e personaggi da raccontare e interpretare.

Di nuovo un gioco al ribasso nei confronti della messa in scena, che mostra un’unica location come nel precedente Carnage, ma che riduce gli attori al numero minimo di due.

Un record anche per un regista che al suo esordio con “Il coltello nell’acqua”, ne mise in campo soltanto tre!

E così, dopo Jesus Franco, Crepax e i Velvet Undergound, anche Roman Polanski si confronta con quella Venere in Pelliccia che ormai da quasi 150 anni mette a nudo le dinamiche tra schiavitù e dominazione, vittime e carnefici, desiderio e oggetto del desiderio, sacrificio e soddisfazione.

E lo fa col rigore dell’entomologo e l’ironia del giocatore.

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Partendo dalla piece teatrale che ne ha tratto il commediografo David Ives nel 2010 (qui in veste di co-sceneggiatore) Polanski ci racconta due ore nella vita di Thomas, regista e sceneg… pardon, adattatore, teatrale, esasperato da una giornataccia di audizioni andate male nella vana ricerca di una attrice adatta ad interpretare Vanda, la Venere nata dalla penna di Leopold von Sacher-Masoch.

Tutte le attrici provinate da Thomas si sono rivelate “attricette impreparate e più simili a puttane pseudolesbiche che a una donna dell’alta classe di fine ottocento” e proprio mentre sta per chiudere le luci del teatro, Vanda entra in scena.

Non la Vanda originale del romanzo, sia chiaro, il suo è solo un caso d’omonimia, e dopotutto, a guardarla bene, anche nei suoi confronti sembra calzare a pennello la descrizione delle attrici che l’hanno preceduta.

Il suo nome poi, non compare neanche nella lista delle attrici in lizza, per cui, l’unico interesse di Thomas è liberarsene il prima possibile e tornarsene a casa.

Ma non può.

Vanda vuole provare e non andrà via da lì finché Thomas non le darà la possibilità di dimostrargli che nessuna è adatta a quel ruolo più di lei.

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Questo è il setup su cui Polanski mette in scena il suo gioco dei ruoli, la sua seduzione ipnotica e ossessiva, la sua ironia, i suoi rapporti di forza, i suoi capovolgimenti e le sue ambigue ambivalenze al servizio dell’unica materia che da sempre tenta di mettere a fuoco col suo cinema: il rapporto tra la donna, l’uomo, e la donna contenuta nell’uomo.

E se nel 1976 utilizzò proprio le sue stesse fattezze per dare il volto e la voce all’indimenticabile Trelkowski che abitava al terzo piano e si vestiva con gli abiti di Simone Choule, ora è Mathieu Amalric l’avatar di un regista che tramite il confronto con una Donna (che apparentemente le riassume tutte) cerca di esplorare la propria femminilità.

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Una donna splendidamente interpretata – qualora non bastasse la somiglianza tra i due uomini per renderne palese la spinta autobiografica – proprio da quella Emmanuelle Seigner che per Polanski è musa, moglie e madre dei suoi figli.

E, tra di loro, un dio che con la sua voce tonante e la sua pioggia battente li tiene prigionieri all’interno di un eden che lo sguardo di Polanski esplora in lungo e in largo: dal palcoscenico, al dietro le quinte, fino alle poltrone degli spettatori assenti, rispedendo al mittente qualsiasi ipotetica accusa di regia statica o teatrale e segnando un nuovo, importantissimo, tassello nella poetica del regista polacco.

Un capolavoro, quindi?

Quasi.

Un ottimo film.

Con quella che è a mio avviso un’unica grande pecca: la sensazione di un eccesso di tutela verso il grande pubblico che ha portato Polanski e Ives, in fase di scrittura, a non spingere su quel gioco psicologico delle parti più in là di quella che è, e vuole essere, nient’altro che una commedia grottesca e divertente.

Un’ottima commedia grottesca e divertente sulla Venere fuori e dentro l’uomo che cerca di inventarla, dipingerla, scolpirla, dominarla.

 

 

Stellette? 8 su 10

 

P.S.

Se potete, cercatelo in lingua originale.

Nel doppiaggio italiano,

i toni e le mossette di Emanuela Rossi vanificano del tutto il grande lavoro sulla voce, il respiro e il corpo fatto dalla Seigner, dimostrando una volta di più, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che la grande stagione del doppiaggio italiano è finita da un pezzo.

 

Like a rolling Pippo Baudo.

4 ottobre 2013 da Mauro

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Ho cominciato a Mantova presentando i blogger più famosi d’Italia e concluderò a Lucca moderando la conferenza che mostrerà in anteprima la più spettacolare serie animata italiana mai realizzata.
Nel frattempo è cominciata Romics e nelle giornate di sabato e di domenica potrete trovarmi a presentare, non uno, ma due incontri che per più di un motivo mi riguardano.

Il primo si svolgerà alle 14.30 di Sabato 5 ottobre. Emiliano Mammucari ci racconterà la nascita di Orfani, il nuovo kolossal a fumetti prodotto dalla Sergio Bonelli Editore.

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Con lui, i ragazzi del team di Fumettology presenteranno la puntata speciale realizzata proprio per svelare la lavorazione di questa nuova serie e in sala saranno presenti alcuni dei coloristi e dei disegnatori.

Il mio scopo sarà quello di fargli raccontare tutto quello che ancora non è stato detto.

Il giorno dopo, invece, i riflettori saranno puntati su Noi, Zagor, il documentario realizzato da Riccardo Jacopino e che sarà nelle sale cinemtatografiche italiane il 22 e il 23 ottobre e di cui, dalle 16 in punto, mostreremo in anteprima i primi 10 minuti.

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Oltre al regista saranno presenti Moreno Burattini, l’attuale curatore della testata nonché sceneggiatore di punta, i disegnatori Mauro Laurenti e Walter Venturi e soprattutto il Maestro Gallieno Ferri. L’uomo che ormai quasi 53 anni fa ha dato un volto all’eroe creato da Guido Nolitta e che da allora, caso unico al mondo, non ha mai smesso di disegnarlo.

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Parleremo per un’oretta abbondante del personaggio, dei suoi autori, e dei segreti di un successo che non accenna a tramontare.
Sapendo quanto io ami il personaggio, capite bene che sto con le palpitazioni come una groupie in attesa davanti al camerino di Mick Jagger.

Se vi va, passate a trovarci.
Mi riconoscerete facilmente, sono quello che balbetta col microfono in mano.

Memento vivere.

12 settembre 2013 da Mauro

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Notte.

Meme dorme. Io la abbraccio in modo da non pesarle sulla pancia, e un calcetto mi tocca il palmo della mano.
Rispondo ticchettando con due dita.
Altro calcetto.
Dita.
Calcetto.

Il primo momento nostro.

La prima volta che abbiamo giocato piano, per non svegliare mamma.

 

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Tutta Venezia sulle pagine di XL.

28 agosto 2013 da Mauro

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Oggi inizia la settantesima edizione del Festival del Cinema di Venezia.
Chi segue queste pagine sa che per me è  un appuntamento fisso (insieme a quello di Torino e di Roma) e che non mi perderei per nulla al mondo quella che è una delle rarissime possibilità che questa nazione ci concede per guardare in sala decine di bei film che da noi non verranno distribuiti mai mai mai ma proprio mai.
Metti che poi all’improvviso esce un nuovo Shrek e non ci stanno quelle 850 sale libere da dargli.

Nei prossimi dieci giorni, quindi, io e Meme, vedremo tonnellate di roba seguendo concorsi, fuori concorsi, giornate degli autori, settimane della critica, orizzonti ed eventi speciali. Mangeremo panini orrendi. Seguiremo conferenze stampa. Fotograferemo e intervisteremo il fotografabile e l’intervistabile.

Ma, per questa volta, non lo faremo per raccontarlo sulle pagine di questo blog ma su quelle di XL-Repubblica che ci ha arruolato insieme ad altri due baldi giovini: Ilaria Rebecchi, intrepida giornalista multitasking e appassionata di cinema e fumetti, e Giacomo Cosua, che quando non è impegnato a farsi speronare da navi giapponesi in Antartide nel nobile tentativo di difendere le balene (true story) è un eccellente fotografo.

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Insieme vi racconteremo queste giornate di festival, vedremo per voi i film, incontreremo i loro autori e proveremo a farvi respirare un po’ di quella splendida atmosfera che si respira qui.
Tra gli amici che incontriamo ogni volta, e quelli che vanno mano mano aggiungendosi.
Anno dopo anno.

Potete seguirci cliccando QUI, sul sito di XL, oppure cliccando QUI e finendo diretti sulla pagina Facebook ufficiale e magari interagire con noi segnalandoci quelle piccole chicche che magari rischiamo di perderci!

Vogliamo ricordarvi così.

1 agosto 2013 da Mauro

A voi fedelissimi.
il giornale
Confusi. Indignati. Allo sbando.

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Come noi di fronte a ogni vostra impudenza.

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Vogliamo ricordarvi così.

Intenti a sproloquiare come sempre. A mistificare come sempre. A comportarvi come sempre.
Ma per una volta, dalla parte giusta: quella dei colpevoli.

Per quanto voi vi riteniate assolti.

E dispiace quasi, che non sia più Fede a blaterare e a farvi da portavoce.
Ma fortunatamente dalle vostre parti per trovare degli idioti basta pescare nel mucchio:

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E a quegli altri pupazzi che ancora oggi danno voce e credono alle parole di questo criminale che non conosce vergogna, rimane la parola più dolce del mondo: condanna.

Condanna all’uomo che in risposta ha il coraggio di pronunciare queste parole.
Leggetele con attenzione, c’è tutto il catarro di cui volete liberarvi.
Ci sono tutte le stronzate a cui, un italiano su tre, crede ciecamente. Tutte.

“Ringrazio innanzitutto i miei figli che in questa occasione come sempre mi hanno circondato di cure e di amore.
Ringrazio i miei difensori che hanno illustrato le mie ragioni.
Ringrazio tutti gli amici del Popolo della Libertà e della Lega che mi sono sempre stati vicini manifestandomi stima e affetto.
Ringrazio di cuore tutti di italiani che mi hanno sostenuto e che mi hanno addirittura sommerso con migliaia di messaggi di apprezzamento e di auguri.

La sentenza di oggi mi conferma nell’opinione che una parte della magistratura, nel nostro Paese sia diventata un soggetto irresponsabile, una variabile incontrollabile ed incontrollata, che è assurta da “ordine dello Stato” (con magistrati non eletti dal popolo ma selezionati attraverso un concorso come tutti i funzionari pubblici) a un vero e proprio “potere dello Stato”. Questo nuovo ed illimitato potere dello Stato ha condizionato permanentemente la vita politica italiana, dalle inchieste di Tangentopoli fino ad oggi.

Dal ‘92 al ‘93 il corso della vita politica è stato letteralmente condizionato dall’azione fuorviante di una parte della magistratura che ha preteso di assurgere ad un ruolo di rinnovamento morale in nome di una presunta rivoluzione etica, mettendo fuori gioco, con i loro leaders, i 5 partiti democratici che avevano governato l’Italia per oltre mezzo secolo e che, nonostante alcune ombre, avevano comunque assicurato il benessere e difeso la libertà e la democrazia dalla minaccia del comunismo. 

Si credeva così di aver assicurato alla sinistra la presa e il mantenimento definitivo del potere.

Ma uno sconosciuto signore, certo Silvio Berlusconi, scese in campo per contrastare il passo al partito comunista e in due mesi vinse le elezioni ottenendo il governo del Paese. Da quel momento si scatenò contro di lui una azione ininterrotta della magistratura che nel ’94 fece cadere il governo, tramite un’accusa di corruzione cui seguì una assoluzione con formula piena, una azione che si sviluppò poi con oltre 50 processi di cui 41 conclusi senza essere riusciti a raggiungere una condanna. 

Ma questo ormai lo sanno tutti. Invece per quanto riguarda ciò che è accaduto alla mia persona, e solo dopo la mia decisione di occuparmi della cosa pubblica, nessuno può comprenderlo. Nessuno può comprendere la carica di vera e propria violenza che mi è stata riservata in seguito a una serie incredibile di accuse e di processi che non hanno alcun fondamento nella realtà: un vero e proprio accanimento giudiziario che non ha eguali nel mondo civile.

E anche negli ultimi giorni sono rimasto allibito nel leggere assolute falsità sui giornali che sostengono la sinistra.
Io non sono mai stato socio occulto di alcuno, non ho ideato mai alcun sistema di frode fiscale, nella storia Mediaset non esiste alcuna falsa fattura, così come non esiste alcun fondo occulto all’estero che riguardi me e la mia famiglia. 

Viviamo davvero in un Paese in cui la maggior parte dei reati e dei crimini non vengono neppure perseguiti, un Paese che non sa essere giusto, soprattutto verso i cittadini onesti e verso tutti coloro che, come me, hanno sempre compiuto il proprio dovere, nel lavoro così come nella vita pubblica.

Io sono fiero di aver creato con le mie sole capacità un grande gruppo imprenditoriale, che ha dato lavoro a migliaia e migliaia di collaboratori, avendo l’orgoglio di non aver mai, in decenni di attività, licenziato uno solo dei collaboratori delle mie aziende.

Sono fiero di aver contribuito alla ricchezza dell’intero Paese, versando allo Stato miliardi e miliardi di euro di imposte ed offrendo con le mie televisioni non solo uno strumento di crescita per le aziende italiane, ma anche una maggiore libertà e pluralità al mondo dell’informazione.

Quando ho deciso di occuparmi della cosa pubblica, cercando di chiamare all’impegno pubblico le energie migliori della società civile, ho dato un contributo alla modernizzazione del nostro Paese e ho messo tutte le mie forze nel tentativo di realizzare una rivoluzione liberale che non si è completamente adempiuta per le insuperabili resistenze dei partiti alleati ed anche perché tante sono in Italia le resistenze e gli ostacoli al cambiamento.

Sono anche sicuro di aver rappresentato al meglio l’Italia nel mondo, facendo in modo che divenisse protagonista e non subalterna alle grandi potenze mondiali, tutelando sempre i nostri interessi e la nostra dignità.

In cambio di tutto ciò, in cambio dell’impegno che ho profuso nel corso di quasi vent’anni a favore del mio Paese, giunto ormai quasi al termine della mia vita attiva, ricevo in premio delle accuse e una sentenza fondata sul nulla assoluto, che mi toglie addirittura la mia libertà personale e i miei diritti politici.

È cosi che l’Italia riconosce i sacrifici e l’impegno dei suoi cittadini migliori? È questa l’Italia che amiamo? È questa l’Italia che vogliamo? 

No di certo. Per queste ragioni dobbiamo continuare la nostra battaglia di libertà restando in campo e chiamando con noi in campo, ad interessarsi del nostro comune destino, i giovani migliori e le energie migliori del mondo dell’imprenditoria, delle professioni e del lavoro.

Insieme a loro rimetteremo in campo Forza Italia e chiederemo agli italiani di darci quella maggioranza che è indispensabile per modernizzare il Paese, per fare le riforme a partire dalla più indispensabile di tutte che è la riforma della giustizia per non essere più un Paese sottoposto ad un esercizio assolutamente arbitrario del più terribile dei poteri: quello di privare un cittadino della sua libertà.

Dal male dobbiamo saper far uscire un bene. Che i miei più di 50 processi e questa sentenza facciano aprire gli occhi a quegli italiani che sino ad ora non sono stati consapevoli della realtà del Paese, ed hanno sprecato il loro voto o addirittura non hanno votato.

Tutti insieme, se sapremo davvero stare insieme, recupereremo la vera libertà, per noi e per i nostri figli.
Viva l’Italia!
Viva Forza Italia!”

E alle quali si deve rispondere soltanto con la sacra Verità:

E goderci, quella che è e resta una condanna.

Esile. Minima.
Ma pur sempre una condanna.

E diciamocelo, prima dell’aneurisma, gli toccava.
Se la meritava.

Ora confidiamo che non resti la sola e ne seguino altre, confidiamo nell’interdizione perenne dai pubblici uffici e, soprattutto, in un parlamento che finalmente sappia prendere immediate distanze.

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