Un backstage. Anzi no, che sono stanco.

22 maggio 2013 da Mauro

Ieri sono stato impegnato tutto il giorno nelle riprese del videoclip di questa canzone di Bungaro frat. Paola Cortellesi.

Ne uscirà una cosina metà live (interpretata da Giacomo Bevilacqua) e metà a cartoni animati (realizzati da Giacomo Bevilacqua) che avranno per protagonista un personaggio dei fumetti (inventato da Giacvabbè sempre lui) che vivrà una bizzarra storia d’amore transmediale.
In questo post parlerò di come sono andate le cose?
Assolutamente no, che sono ancora stanchissimo.

Ma non posso essere tanto egoista da tenere certe meraviglie solo per i miei occhi.
Per questo volevo farvi sapere che il palazzo in cui abbiamo girato contiene e sfoggia questi tappeti qui:

Quarto piano.

1

Terzo piano

2

Secondo piano

4

Primo piano.

3
Hanno vinto loro.
Pensate che sfiga avessi preso l’ascensore.

giorgio_moroder

“When I was fifteen, sixteen when I started really to play the guitar
I definately wanted to become a musician
It was almost impossible because the dream was so big
I didn’t see any chance because I was living in a little town, I was studying.
And when I finally broke away from school and became I musician
I thought “well I may have a bit of a chance”
Because all i every wanted to do is music but not only play music
But compose music.

At that time, in Germany, in 1969-70, they already had discotheques
So I would take my car and go to a discotheque and sing maybe 30 minutes
I think I had about 7-8 songs. I would partially sleep in the car
Because i didn’t want to drive home and that help me for about almost 2 years
To survive. In the beginning, I wanted to do a album with the sound of the 50s, the sound of the 60s, of the 70s and then have a sound of the future.
And I said: “Wait a second?
I know the synthesizer, why don’t I use the synthesizer which is the sound of the future.” And I didn’t have any idea what to do but I knew I needed a click so we put a click on the 24 track which was then synch to the moog modular. I knew that it could be a sound of the future but I didn’t realise how much impact it would be.

My name is Giovanni Giorgio, but everybody calls me Giorgio.

You want to free your mind about a concept of harmony and music being correct, you can do whatever you want. So nobody told me what to do, and there was no preconception of what to do.”

 

Le parole sono di Giorgio Moroder.
Le musiche dei Daft Punk che ricambiano il debito grosso come una casa che hanno nei confronti del compositore italiano regalandogli questo pezzo costruito proprio per le sua voce.

 

Commovente ed esaltante al tempo stesso.
Come il resto del loro nuovo, ennesimo, capolavoro.

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Lo trovate cliccando qui, ma compratelo che ne vale fortissimo la pena.

 

P.S.
Cercatelo anche sul tubo, vi consiglio in particolare questa pregevole versione:

 

Scritte anti Saviano

Cosa so di Roberto Saviano.

Che ha scritto un libro che ho letto fino a metà, e che era scritto bene e parlava di cose interessanti.
Che da quel libro hanno tratto un film splendido.
Che ha condotto una trasmissione televisiva insieme a Fabio Fazio in cui ha parlato, in prima serata e al pubblico più generalista possibile, di quanto le mafie prolifichino in tutta Italia, non solo in Sicilia.
So che vive sotto scorta dal 2006 per le minacce di morte ricevute proprio in virtù della sua attività divulgatoria.
So che ha dichiarato delle robe su Israele che non condivido e a cui ha perfettamente risposto Arrigoni.
So che oggi sta sul cazzo a buona parte della mia bacheca di Facebook.

L’antisavianismo è un fenomeno culturale in costante ascesa.
I motivi, da quanto ho avuto modo di capire annusando e chiedendo, sono diversi: il suo prezzemolismo, il suo essere presentato come portatore della verità, il suo leccaculismo, la sua antipatia, il suo successo, la sua faccia.

Motivi opinabili o condivisibili, ma che portano sempre più persone a dargli del pezzo di merda, a ridicolizzarlo, a delegittimarlo, a insultarlo come fosse un criminale.
Come se quelle caratteristiche lo sbattessero immediatamente dall’altra parte della barricata.
Come se quelle caratteristiche lo rendessero il bersaglio perfetto per dimostrare che non esiste nulla che sia completamente pulito.
Che se qualcuno decide di farsi portatore di un messaggio culturale debba per forza nascondere qualcosa di marcio che lo renda il più sporco tra gli sporchi e a cui noi, popolo della rete, dobbiamo con forza fare così:

L’ultimo gancio servito per appagare la sete di chi lo sapeva che non ci si poteva fidare, di uno così, viene riportato stamattina da diversi quotidiani che, dalla conclusione della causa di diffamazione che vedeva Saviano contrapporsi a Persichetti, giornalista di Liberazione, lasciano a intendere che Saviano vilipendi il cadavere della mamma di Peppino Impastato scrivendo di telefonate di stima mai in realtà ricevute.

Prendiamo ad esempio l’articolo del Corriere del Mezzogiorno scritto da qualcuno che si firma soltanto “Redazione online”.
Lo trovate cliccando QUI.

Sorvoliamo sul fatto che l’articolista esordisce parlando di un brutto periodo per Saviano perché gli abitanti di Scampia stanno osteggiando le riprese della serie tv di Gomorra con cui Saviano non ha praticamente nulla a che fare (è accreditato come consulente esterno, quindi non figura né tra gli autori, né tra i produttori)

Partiamo dal titolo:

La madre di Peppino Impastato non parlò

con Saviano: il gip dà ragione a Persichetti

E’ abbastanza chiaro e difficilmente equivocabile, no?
Lo stesso link non lascia dubbi: madre-peppino-impastato-non-parlo-saviano-persichetti-vince-causa-

Tutto lascia a intendere che il contenzioso Persichetti/Saviano fosse in merito a questa telefonata e che il gip gli abbia dato ragione.
Peccato che le cose non siano andate proprio così e che lo si possa evincere semplicemente leggendo l’articolo in questione e gli articoli riportati da altre testate.

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La causa che Persichetti ha vinto su Saviano è quella di una querela che Saviano stesso ha fatto al giornalista, una querela in cui Saviano si sentiva diffamato dalle dichiarazioni di Persichetti lasciate sul quotidiano Liberazione.
Sorvolando sul fatto che non ho in simpatia chi utilizza la strategia della querela, la vittoria (giusta) di Persichetti è stata riconosciuta in quanto non sono stati ritenuti diffamanti gli articoli del giornalista.
Riporto testualmente:

a)”La polemica tra Saviano e il Centro Peppino Impastato, relativamente all’attività che avrebbe determinato la riapertura delle indagini sull’omicidio Impastato è stata documentalmente provata“. (qui il riferimento è legato al fatto che la riapertura delle indagini sull’omocidio di Impastato non fossero dovute all’uscita del film “I cento passi” come invece dichiarato da Saviano)
b) Sulla vicenda della telefonata tra Saviano e la mamma di Impastato “Persichetti si è limitato a riferire una diversa ricostruzione della vicenda fondata su fonti attendibili, ovvero le dichiarazioni rese dalla nuora di Felicia Impastato, anch’essa di nome Felicia, e da Giovanni Impastato, fratello di Peppino, documentate in atti“.
c) I giudizi critici espressi nei confronti degli interventi di Saviano nel corso della trasmissione Vieni via con me “non trasmodano nell’attacco personale ma sono configurabili nel legittimo esercizio del diritto di critica“.

Da questo, emerge chiaramente che al momento, sulla questione della telefonata tra Saviano e la madre di Impastato non è emersa alcuna verità, ma solo due diverse opinioni.
Quella di Saviano e quella della nuora Impastato, appoggiata da Persichetti, che dice che lei – che all’epoca aiutava nelle telefonate la mamma di Peppino – quella telefonata non l’ha mai fatta.
La causa vinta da Persichetti ribadisce quindi che il giornalista aveva sufficienti elementi per poter esprimere la sua opinione suffragata dalla nuora Impastato e quindi, ipoteticamente attendibile.
Il gip ha dichiarato che Saviano non ha parlato con la mamma di Peppino Impastato?
Assolutamente no.

Per questo motivo, gli spettatori sul loggione, in attesa dello scivolone dell’attore principale devono ancora aspettare per l’applauso liberatorio.
E chiedersi perché sentano così forte la necessità di buttare tutto nell’indifferenziata.

Quando vi chiedete.

7 maggio 2013 da Mauro

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Avete presente quel momento a metà tra lo stupore e l’incredulità, mentre siete davanti al murales con la scritta “Anna Frank Bugiardona!” e tentate di rassicuravi, raccontandovi che dietro ci sarà solo l’idiozia di qualche ragazzino e non degli adulti attivisti di Forza Nuova?
Quel momento in cui vi chiedete se sia ancora possibile che nel 2013 spuntino ancora focolai razzisti, esplosioni di violenza, quelle vergogne culturali che ogni tanto conquistano le prime pagine dei quotidiani?

Quando vi chiedete chi diavolo siano quelle persone che si macchiano di questa oscenità.
A che categoria di esseri umani appartengano.
Quando vi chiedete di che mondo facciano parte, perché tra i vostri conoscenti non ce n’è traccia.
Quando vi chiedete dove si nascondono, perché nelle strade che percorrete, nei locali che frequentate, non vi è mai capito di incontrarne nessuno.
Quando vi chiedete se queste persone esistano davvero, arrivando addirittura, in un eccesso di fiducia, a ipotizzarne l’estinzione, tanto sono lontane dalla vostra sfera personale (salvo poi ricredervi ai risultati delle elezioni).

Quando vi chiedete cosa facciano nella loro vita, e come convivano con le loro idee, con il loro odio, con la loro ignoranza… cercateli e trovateli.
Internet ve ne dà modo.

Vivono nei commenti agli articoli, si scambiano foto su fb e sfoggiano fieri le loro facce e i loro credo.

Basta la scusa del giorno, come ad esempio il disonore di avere una parlamentare nera – e fiera di esserlo –  per far sollevare i loro scudi d’implacabile ignoranza e stupidità.

Ci credete? Lo so.
Ma vogliamo andare un po’ a rimestare nel torbido per toccare con mano il livello?
Perché un conto è quello che credete voi, ma voi siete buoni.
Tolleranti verso il prossimo e quindi vi fermate sicuramente a un certo punto.
Ma la realtà non si ferma.

Partiamo quindi dalla pietra dello scandalo.
La scottante dichiarazione della parlamentare Cécile Kyenge, recentemente eletta Ministro dell’Integrazione del Governo Letta.

Come potrete facilmente constatare, la prima reazione è solidale:

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Guglielmo dà tutto il suo appoggio alla signora Kyenge affermando che pur non condividendo la sua opinione darebbe la vita affinché lei possa continuare a esprimerla.
In un’altra nazione.

Ma magari è un caso, andiamo a leggere come l’hanno presa, ad esempio, i lettori di Giornalettismo:

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Ci tengo a specificare, che è chiaro che su 95 commenti ce ne saranno anche molti interessanti scritti da gente che utilizza il cervello per ragionare ma, come da assunto iniziale di questo post, troppo spesso diamo per assodato che il mondo sia composto solo ed esclusivamente da queste persone qua.

E invece oggi dobbiamo farci un po’ male.

Quindi andiamo sul sicuro leggendo parte dei commenti rilasciati sul sito de Il Giornale

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Violoncella e Bruna, nonostante gli amorosi intenti, sono avvelenate.
E mentre Giovanni propone soluzioni pratiche, Vince50 se la prende con i comunisti (che non si sbaglia mai).

Però, pensandoci bene, anche leggere l’articolo di un quotidiano e prendersi la briga di commentarlo, vuol dire appartenere comunque a quella parte di mondo che almeno cerca di informarsi.

Vogliamo guardare negli occhi l’abisso?
Ve la sentite di scendere con me nel tunnel dell’amicizia, dei meme e delle condivisioni?

Proseguite a vostro rischio e pericolo.
Non mi assumo responsabilità:

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Questa è una delle simpatiche immagini create ad hoc per lanciare fango addosso alla neoministra dell’integrazione e al suo schieramento politico.
Andiamo a leggere con attenzione i commenti (pubblici):

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Sorprendentemente, alle donne, come vedremo anche in seguito, va lo scettro della cattiveria massima.
C’è Mariagrazia La Sanguinaria che promette tagli del collo pur riuscendo a utilizzare parole più lunghe di sei lettere. Selene Buscetta tenta un nuovo approccio della teoria evoluzionista, mentre Nicola, Martino e Andrea si lanciano nell’ironia ma vengono macellati senza freno da un Lucio Moschini in splendida forma.

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Lucio Tonin è un illuminato e si becca ben 3 Mipiace perché non ne fa una questione di colore della pelle o di razza. Il problema, per lui che è italiano è che loro sono scimmie. Non da uccidere, per carità, non è così cattivo, ma magari mandarli tutti in pasto agli squali, sì.
Pizi Alessandro urla troppo mentre Ribelle Nera si toglie qualche sassolino dalla scarpa fuori tempo massimo nei confronti di papa Woytila, ma specialmente contro gli occhi a palla della ministra.

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Ce n’è a sufficienza per far scattare la scintilla. Lucio se ne approfitta e utilizza il turpiloquio per sedurre Ribelle Nera che cade, cantando come un’usignola, ai suoi piedi.
Roberta prova a lanciare qualche nuovo anatema ma non c’è niente da fare: Ribelle è ormai puro fuoco.

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Ecco quindi giungere Gelosona Mariagrazia Callegari che, vista soffiarsi lo scettro nelle ultime due ore da una sciacquetta che afferma anche di essere Nera, riequilibra le sorti dicendo caccapupù e ricavandone ben 4 Mipiace.
Luca va sul sicuro con un’evergreen mentre Ernesto e Maurizio ipotizzano scenari apocalittici.

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Ma ecco arrivare a sorpresa, il mix perfetto tra Mariagrazia e RIbelle Nera: INCAZZATA NERA che esegue un brano di Alvaro Vitali ottenendo il plauso e le grasse risate della raffinata Roberta Macconi. A Paolo de Rinaldis basta una riga e sei punti di sospensione per fare una figura da gran signore, mentre Marco Villa continua a tenerci aggiornati col bollettino del mezzogiorno.

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Incazzata Nera prosegue la sua escalation di pura monnezza, che a quanto pare, attira l’attenzione del mai pago stallone Lucio Tonin. Egli, forte e saldo da vero italiano, sfoggia i suoi nò accentati lanciando supercazzole a tutto il mondo, ma è ancora una volta Mariagrazia a ricordare a tutti chi comanda veramente: GLI STRANIERI COME TALI SONO MIEI NEMICI, PUNTO! spazio – altri due punti esclamativi.
Vittoria!

La chiusura è tutta per Niki, col disincanto della sconfitta Ribelle Nera e nella delusione di Paola Neviani.

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Tutto ciò risale a 13 ore fa. Magari nel frattempo le cose si sono evolute.
Non voglio saperlo.

Lasciatemi credere che Lucio e Mariagrazia si stiano finalmente amando in questo momento.
Eccitandosi a vicenda pensando a quest’Italia, sempre più simile a come la vorrebbero.

 

Quando vi chiedete chi sono, dove sono, cosa pensano, cercateli, e fatevi un giro nel loro mondo.
Leggeteli e guardateli.
Così smetterete di chiedervelo e inizierete a trovare qualche risposta.

 

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Oggi è tutto un gran parlare della scandalosa performance eseguita dal gruppo Managemente del dolore post operatorio durante il concertone del primo maggio e prontamente censurata da MammaRai.

Vediamola:

Durante la loro seconda canzone, quindi, lo schermo va a nero e ciao ciao amici abruzzesi.

Per quale motivo?
Per l’oscenità delle parole cantate, per le movenze del frontman e, soprattutto, per vilipendio alla religione cattolica nell’accostamento del preservativo all’elevazione dell’eucarestia.

In rete, aldilà dei più stretti fan, c’è stata una levata popolare contro la band.
Chi li condanna perché su un palco del genere certe cose non si fanno.
Chi li accusa di voler coprire le loro lacune musicali con dei gesti finto trasgressivi fuori tempo massimo.
Chi afferma che un musicista dovrebbe evitare stronzate simili e concentrarsi sulla sua musica.

Ora, premettendo che a me, del Management del dolore post operatorio frega poco e niente, ritengo che qualsiasi artista salga su un palco, lo faccia per eseguire una performance.
Non per “suonare” e basta.
Non per “cantare” e basta.

Salgono e fanno il loro spettacolo.
Lo fanno i CCCP con Fatur vestito da SS ricchione, lo fanno i Black Lips che pisciano sul pubblico, lo fa Antony che riceve i fiori e li lancia sul pubblico, lo fanno i Sex Pistols che sputano alle prime file, lo fanno il Teatro degli Orrori che sparano pipponi infiniti e lo fa Lemmy dei Motorhead che ripete, da anni, solo la sua tipica frase di saluto.
Potrei continuare citando altri mille esempi ma non serve.

Ogni artista che sale su un palco lo sfrutta per fare quello che vuole.

Sapendo questo, tu organizzatore di festival, sai benissimo chi chiamare, e se inviti, per il pomeriggio, un gruppo che ha all’attivo un unico album, che già dalla copertina dichiara i suoi intenti

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e che intitola il primo singolo: “PornoBisogno”, dovresti sapere bene a cosa vai incontro, no?

E quindi i Management che arrivano a Roma, la città del vaticano e dell’attuale papa umile, si ritrovano davanti a una platea tanto vasta che mai gli ricapiterà nella vita, cosa decidono di fare?
Semplice.
Fanno il loro spettacolo.
Una canzone dedicata al sesso e alle malattie trasmettibili sessualmente e una dedicata a Norman, studente di filosofia suicidatosi poco tempo fa.
Il tutto preceduto da un messaggio che, allo stesso tempo, promuova l’utilizzo del profilattico e perculi la chiesa.

Con queste parole:

“Questo è il budello che uso io
che toglie le malattie dal mondo
prendete e usatene tutti
fate questo, sentite a me.”

Giusto? Sbagliato?

E’ ininfluente.

L’hanno fatto perché questo prevedeva la loro performance.

“Potevano promuovere l’utilizzo del preservativo senza offendere la religione cattolica.“ Leggo in giro.

Vero, potevano.
Ma perché?

Perché non possono farsi promotori dell’utilizzo del profilattico perculando, nelle parole e nei gesti la celebrazione eucaristica?

Qui non siamo di fronte a un attacco, ma ad una difesa.

Per quanto dotati di ram ridicole, non dobbiamo scordarci che viviamo in uno stato in cui è proprio la chiesa, nella figura del suo massimo rappresentante su questa terra, a farsi promotrice di una campagna antiutilizzo del preservativo che non aiuterebbe a risolvere il problema dell’Aids, anzi, lo aggraverebbe:

Ecco. Questo dovrebbe offenderci, non il suo opposto.
E allora ben vengano ragazzini che rivolgendosi ad altri ragazzini prendono posizione da quel palco.
Ben venga che oggi se ne parli.
Ben venga che urli allo scandalo proprio chi li ha invitati sperando in una situazione simile.
Ben venga anche che le menti fine li accusino di aver cercato lo scontro per attirare l’attinzione su di sé.

It’s only rock ‘n roll, baby.
Fate come dicono loro, preservatevi e divertitevi.

Baci.

La bellezza.

da Mauro

Quando da questo:

 

si arriva a generare quest’altro

 

servono forse ulteriori prove per dimostrarvi che la Thailandia è il più bel posto del mondo?

Non credo.

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Dalle 13.15 alle 15.30 di oggi stesso, io e il mio prode fratello Ivan Silvestrini terremo il primo di una serie d’incontri sulla creatività indetti dall’università LUISS di Roma.
Si parlerà di cosa vuol dire oggi narrare per immagini sfruttando le potenzialità dei media a nostra disposizione.
Di come trasformare le proprie idee in qualcosa che sia sotto gli occhi di tutti.
Perché che sia per un fumetto, per un film, per un videoclip, per una serie o per uno spot, alla base c’è sempre qualcosa da raccontare davanti a un pubblico che vuole ascoltare.
Se vi va, fateci un salto.

Iron Man 3 – Recensione.

23 aprile 2013 da Mauro

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Ho quindici anni e Scuola di Mostri è il mio film preferito.
Mi fa ridere un sacco, i personaggi sono fichissimi, mi spaventa anche, e c’è quell’idea finale sulla verginità della tipa che mi fa sganasciare e mi insegna in quattro secondi tutto quello che c’è da sapere in fatto di donne.

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All’epoca non ho idea di chi l’abbia realizzato, né di come si chiamino gli attori. Per me è roba legata alla magia o alla santità.
Un filo rosso di bontà che mette i suoi autori a tavola con i tipi che hanno inventato I Goonies, Indiana Jones, i Cavalieri dello Zodiaco, il Capitano Nemo e Zagor.

Benefattori dell’umanità.

 

Poi cresco.
Butto la televisione, mi tengo stretti i fumetti e vado in fissa con un sacco di cinema turco, coreano, iraniano, cinese, giapponese, spaccapallese e mi si confondono tantissimo le idee su quello che c’è da sapere in fatto di donne.

Allora vado a vedere chi c’era dietro Scuola di Mostri e scopro che l’ha scritto quello di Arma Letale 1 e 2, de L’ultimo boy scout, di Last Action Hero, di Kiss Kiss Bang Bang.
Insomma, quello di quel poco di cinema americano mainstream che ancora mi diverte tanto: Shane Black.

 

Giuro. Ora sono una persona meglio.

Quando ho saputo che ci sarebbe stato lui dietro il terzo capitolo cinematografico della saga di Iron Man, sulla faccia mi si è stampato quel sorriso d’entusiasmo interrotto a metà di quando ti fanno i complimenti su Facebook per una storia che non hai scritto tu.

Grazie per aver accettato la mia amicizia, ti seguo da quando scrivevi Bonerest.


Prego.

 

Sì, perché infilare un grande autore nel meccanismo produttivo della Hollywood attuale, vuol dire incrociare le dita e sperare che non l’abbiano ingabbiato in una tela di compromessi talmente fitta da vedersi sputtanato per sempre.
Per cui sono andato all’anteprima coi piedi di piombo.

Voglio dire, non che le aspettative fossero alle stelle, ma oggi come oggi, ho più a cuore la reputazione di Shane Black che le complicate traiettorie emotive di Tony Stark.

Anche perché, intendiamoci, non che i due precedenti film dell’uomo di ferro brillassero nel firmamento della cinematografia mondiale.

Anzi, intendiamoci ancora meglio e diciamo che, finora, nessun cinecomic ha fatto molto per lasciare ai posteri qualche degna traccia di sé. Con delle validissime eccezioni, certo.

Su tutte, il Superman di quando eravamo minuscoli.
Poi Batman 2.
Spiderman 2.
X-Men 2.
Buttman’s European Vacation.
Anal Cavity Search 6.
E poi basta film decenti con supereroi credibili.

Per questo, quand’è uscito il primo Iron Man, tutti eravamo lì ad applaudire un attore per il solo fatto che sapesse reggersi su due zampe e che non si limitasse ad abbaiare.

Wof!

Ma aldilà di uno script divertente nella prima parte, di effetti visivi sufficienti, una regia senza infamia e un Downey JR decisamente in forma, la pellicola diretta nel 2008 da Jon Favreau, soffriva dello stesso identico problema di tutti i film marchiati Marvel: crollava miseramente nella seconda parte.
Come se, aldilà del setup dell’eroe, tutto il resto fosse impossibile da gestire.
Dagli Hulk, agli Spiderman, passando per Cap e Thor, raccontare l’eroe dopo la sua prima apparizione sembrava un’impresa destinata a fallire.

La fortunata parentesi di Avengers ha dimostrato che, mettendosi nelle mani di un abile sceneggiatore, è possibile mantenere la gente in sala e costruire una storia che non muoia al cinquantesimo minuto. A Shane Black viene chiesto esattamente questo.

Nonostante l’orribile Iron Man 2 e un Downey JR sempre più cosplayer di sé stesso, ad Iron Man 3 spetta una missione impossibile: chiudere la prima trilogia del cavaliere romanista e allo stesso tempo aprire le danze per la fase 2 dell’universo cinematografico Marvel.

Dall’impossibilità di permettersi un passo falso, viene chiamata in azione una vecchia gloria del cinema action americano. Quello solido, capace di mettere d’accordo adulti e ragazzini.

E questo, Shane Black, vuole fare. E questo riesce a fare.

Potendo contare sulle sue forze anche sotto il punto della regia, Black lavora forte forte in tre diverse direzioni.

La storia.
Gli attori.
Il mito.

Cbristopher Nolan ha l’abitudine di raccontare storie semplicissime complicandole così tanto in fase di sceneggiatura che a un certo punto tarapia tapioco ed è come se fosse antani.

Uno dei dinamici combattimenti tra Batman e Bane.

Black invece, per Iron Man 3, mette su una trama intricatissima, ambientata in due diversi momenti storici, in non so quanti Stati diversi e con un fottio di personaggi a strapiovere (tra cui, ehm, 42 Iron men), con l’eroe che vince, perde, muore, rinasce, rivince e poi perde di nuovo e poi forse vince di nuovo e tutto scorre liscio come se ti fosse offerto dalla tequilera in topless di Plaza Garibaldi a Città del Messico.

Il tutto ricordandosi che un film per supereroi deve essere indirizzato ai ragazzi che vogliono immedesimarsi e aiutare il loro eroe preferito, che vogliono essere stupiti con combattimenti spettacolari e che saranno probabilmente accompagnati in sala da adulti cresciuti proprio con i suoi film.

Adulti che non si accontenteranno delle esplosioni e che, convinti di spegnere il cervello per due ore, si ritroveranno davanti ad uno dei più feroci nemici della democrazia occidentale che si siano visti nel cinema mainstream degli ultimi anni.

Snoop Dogg

Se lo spettro della guerra fredda era appannaggio degli anni ’80, il nemico s’è fatto sempre più vicino e lo scettro del male appartiene ormai da anni al Medio Oriente. Con l’introduzione de Il Mandarino, Black ci mette davanti a ciò che realmente spaventa gli americani  del post 11 settembre.
E lo fa senza sbandare sul registro narrativo, senza affidarsi ai cupi vezzi dell’ultimo Batman, senza dimenticare di essere lì per realizzare un prodotto di puro intrattenimento.

Me lo immagino, lo sguardino sorridente di Black quando vede che ha a disposizione l’accoppiata perfetta (Downey JR e Cheadle) per nascondere all’interno del film un vero e proprio bignami di quel sottogenere del cinema action che l’ha consacrato agli inizi dei ’90: il buddy movie.
Il bianco e il nero. Il genio cazzone e il colonnello combattente, uniti per risolvere una missione e salvare l’America ancora una volta. Come prima. Come sempre.

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Robert Downey JR torna finalmente a recitare dimostrando di essere un cavallo di razza che ha bisogno di redini forti per andare dritto all’arrivo. Gigioneggia il giusto, sbagliando solo quando deve mostrare una crisi a cui non crediamo realmente mai, ma tornando ad essere credibile nei momenti di smarrimento, quanto in quelli epici e comici.
Cheadle, pur comparendo per neanche un terzo del film, riesce a tenere testa al protagonista assoluto regalandoci dei momenti di totale affiatamento tra i due, senza perdere un colpo.
Per la Paltrow viene finalmente cucito un ruolo che non la releghi a mera tappezzeria da coprire subito con dei poster di donne armate in bikini prima che arrivino a pranzo i tuoi, e lo porta a casa più che dignitosamente.
Kinglsey è un Mandarino sorprendente e credibile in ogni sua sfaccettatura, Guy Pierce si riprende dalla miseria di Prometheus e per il regista dei primi due Iron Man viene ritagliato un ruolo che è il marchio di fabbrica di un cinema che purtroppo non si vede più.

Gli effetti sono incredibilmente sopra la media (scarsa) a cui ci hanno abituato e il 3d, pur non aggiungendo assolutamente nulla, non ti accompagna fino a casa aggrappato come un granchio alla calotta cranica.

Un capolavoro, quindi, esente da sbavature?
No.

D'oh!

La prima mezz’ora di film, a parte gli Eiffel 65, ci mette un po’ ad ingranare.
La crisi di Stark è un pretesto inutile narrativamente e gestito parecchio male sia in termini di scrittura che di interpretazione.
Ma se dovessi cercare altri difetti farei davvero fatica e perderei così stanto tempo a cavillare con me stesso da annoiarmi di me e andarmene sbattendomi la porta in faccia.

Iron Man 3 ha il grande pregio di riuscire a sorprendere lì dove tutti gli altri seguono il solco della noia e della prevedibilità.
Ma soprattutto, Iron Man 3 è un film che se ne fotte platealmente di quanto farà incazzare tutti i fissati della continuity con il fumetto originale.
E questo lo rende automaticamente uno dei migliori film di supereroi che possiate vedere.

Stellette? 7 su 10

—-

P.S.
Per far sbandare una donna può bastare uno sguardo, ma non servirà a nulla farle crollare addosso una casa o lasciarla precipitare nelle fiamme.
Se ha deciso di credere in noi, riuscirà ad uscirne, a salvarci il culo, e a dimostrarci, con un bacio, di essere sempre stata più forte di noi.

Me l’ha insegnato quello di Scuola di Mostri. E di Iron Man 3.

Ritorno a casa.

da Mauro

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Un viaggio per i vicoli della notte Thailandese, per i fiumi sassosi circondati dalle splendide donne del Laos, per le giungle e le scuole spaventose della più nera Cambogia. Per i caffè segreti del Vietnam e le sue città di pescatori sopravvissute alla follia. Il ritorno in una casa non più mia e in uno Stato sempre meno nostro. Un nuovo film. Un altro nuovo film. Un nuovo fumetto. Un altro nuovo fumetto. La convocazione in nazionale. Gli amici della vita nuova che sono gli stessi di quella vecchia, e menomale. La povertà. I soffitti che si riempiono di cose appena inizi a guardarli dal letto sbagliato.
I genitori, la famiglia. I concerti della vita. Quelli da riprendere ballando, quelli da cantare, quelli dei ricordi poggiati alla scala che porta verso quelli che vedono meglio ma noi siamo più vicini. Una nuova casa da trovare prima, da abitare poi, con l’aiuto di tutti. San Lorenzo con i suoi fiori e i suoi vecchi dalla parte giusta.
Un nido di sterpi raccolto in trentatre anni che mi portano qui, oggi, a scrivere un romanzo di immagini e parole insieme a te.
Per sempre.

Sono tornato a casa.
Quella nuova.
Ti Stavo Cercando.

Si ricomincia a raccontare.

2013 – Odissea nei cosplayer.

10 marzo 2013 da Mauro
Era mattina, quando a Mantova si palesò La Conoscenza, sotto forma di Monolito Rosa.
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“Vedi, Gigetto?”
“Cosa, Gigino?”
“La verità.”

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