Bullet to the head: Recensione & Conferenza stampa.

22 novembre 2012 da Mauro

“La vendetta non invecchia mai.”

Una frase di lancio che non trova riscontri nei 97′ della pellicola ma che dice molto sull’approccio avuto da  Hill nella realizzazione del suo ventiduesimo film.
A settant’anni dalla nascita, e a trenta esatti da 48 Ore, il regista statunitense torna sui luoghi del delitto che lo consacrarono al grande pubblico come alfiere di quegli action buddy movie che da lì a poco sarebbero letteralmente esplosi con la saga di Arma Letale.

E ci torna con una grossa consapevolezza del tempo trascorso, affidando ai protagonisti della sua storia un volto segnato dal passato e un altro pulito e in attesa di futuro.

Stallone è un sicario vecchia scuola.
L’ironia della sua lingua è più tagliente della lama del coltello che abbatte sulle sue vittime, e gli spari della sua pistola sono un pelo meno roboanti delle gran mazzate che ancora riesce a tirare.
Non ha un cellulare, non conosce internet e la sua è una vita semplice: prende dei soldi “da dei pezzi di merda per fare fuori pezzi di merda ancora più grossi”.
Con quei soldi paga i debiti d’affetto nei confronti della figlia (che dalla morte della moglie vede di rado) e trascorre il resto del suo tempo in una rimessa di barche nascosta tra le fratte.

In pace. Sereno con sé stesso.

Fino a quando non gli ammazzano il suo compagno di scorribande, il giovane sicario che lo accompagnava in tutte le missioni.

 

Sung Kang invece, estirpato dalle auto di Fast & Furious, è un detective di nuova generazione ma di stampo classico.

Nero Wolfe da Blackberry, risolve i casi semplicemente smuovendo i suoi contatti che, a differenza della Diane che nulla concedeva al povero Agente Cooper, si preoccupano di dargli tutte le risposte che gli servono nel giro di una manciata di secondi.

La trama la sapete ancor prima di leggerla qui, o di vedere il film in sala.

I due si uniranno per motivazioni diverse e uno scopo comune, si stuzzicheranno, litigheranno, si separeranno e alla fine si riuniranno dopo aver imparato molto l’uno dall’altro.

Same old, niente di nuovo sotto il sole e menomale.

Perché quello che interessa a Hill non è innovare, né reinverdire i fasti di un’epoca passata, ma mostrare quanto, nella lotta del vecchio contro il nuovo, il vecchio sia ancora il cavallo vincente.

“Sarò anche vecchio, ma te le posso ancora suonare.” Dice Stallone a Sung Kang e gli crediamo talmente tanto che è proprio per questo che il castello crolla sparpagliandosi in mille carte.

Perché la ragione d’esistere dei Buddy Movie è proprio data dall’equilibrio tra i due protagonisti.
I limiti dell’uno vengono suppliti dalle peculari caratteristiche dell’altro ed è solo la loro perfetta integrazione che è in grado di fare la forza.

E questo, forse a causa dell’ingombrante presenza di Stallone come parte attiva nella preproduzione (e di Walter Hill che ci teneva a dirigerlo per la prima volta), è il limite più grosso della sceneggiatura scritta dall’italiano Alessandro Camon.

Un limite che, per quanto mi riguarda, compromette tutta la struttura del film, ma sono certo che lascerà comunque la stragrande maggioranza del pubblico contenta e soddisfatta.
Perché Jimmy Bobo è un personaggio all’interno del quale Stallone gigioneggia e giganteggia il giusto, un personaggio adorabile che non sbaglia un colpo e che vorremmo rivedere in diecimila altri sequel.

Il suo buddy, Taylor Kwon è invece un disastro.

Tutto ciò che nel primo atto viene sapientemente inserito per costruirlo, sparisce nel secondo e viene completamente dimenticato nel terzo, al punto che lo stesso Hill se ne rende conto e decide di toglierselo dalle scatole proprio nel momento in cui dovrebbe emergere.

Se a questo aggiungiamo una regia solida quanto priva di guizzi e tormentata dall’asfissiante presenza del filtro Burn di After Effects

(che nelle intenzioni di qualcuno dovrebbe fare giovane e invece riesce solo a suscitare grandi risatoni dall’aldilà alla buon’anima di Tony Scott) ecco che quello che rimane è niente più che una robina.

Una robina con tante buone cose,

altre decisamente meno buone,

e che in finale, si limita a scivolare via come un martedì pomeriggio.
Quando invece poteva essere sabato.

 

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Stellette? 5 su 10

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In seguito alla proiezione del film ho avuto modo di partecipare alla conferenza stampa e riprenderla tutta.

Se riuscite a resistere a un Walter Hill inutilmente svogliato e incapace di rispondere a qualsiasi domanda, ne riceverete in cambio uno Sly che è ESATTAMENTE come sperate che sia nella vita reale.

Guardatevela.
Il loro inglese è decisamente accessibile, e in ogni caso sarete aiutati dalla traduzione simultanea che avevo in cuffia.

http://www.youtube.com/watch?v=sHDHBmqJTnc

Ascoltare Stallone parlare dei suoi inizi con Woody Allen e delle sue idee su Rocky e su ipotetici sequel di Rambo, ma soprattutto sentirgli dire, rivolto verso tutta la sala, che nella vita non bisogna mollare, e che se ci è riuscito lui, tutti possono riuscirci, è stato davvero, davvero, emozionante.

Concludo con due chicche nerdine.
La prima, poco interessante, è che Bullet to the head è l’adattamento di un fumetto francese che in Italia non ha letto nessuno.
La seconda che invece fa molto Trivial è che Walter Hill si è divertito ad ambientare la lunga sequenza dello scontro finale nella stessa centrale elettrica che fece da sfondo a L’eroe della strada, il suo film d’esordio nel dorato mondo del cinema.

E questa, giocandovela bene a fine proiezione, allontanerà tutte le donne intorno a voi per un raggio di 700 metri ma susciterà la stima dei vostri buddy.

 

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