Venezia 69 – La pietà di KIM Ki-Duk – Recensione

8 settembre 2012 da Mauro

La carriera di KIM Ki-Duk in ambito cinematografico deve buona parte del suo successo al festival di Venezia.
E’ stato proprio qui, e precisamente nel 2000, che dopo aver presentato al mondo “L’isola” ha capito che con questa faccenda del regista ci si poteva campare meglio rispetto alle due alternative che aveva percorso fino a quel momento: prete di una chiesta per ciechi (true story) e pittore che non voleva mostrare i suoi quadri (ari-true).

Dopo L’Isola arrivò la doppietta di tutto rispetto composta da: Indirizzo sconosciuto e Bad Guy e poi, la consacrazione totale di Primavera, estate, autunno, inverno e… ancora primavera, La Samaritana, Ferro3 e L’arco.

A quel punto siamo arrivati al 2006 e Kim, dimostrandosi umano, inizia a sanguinare.

Dal 2006 al 2008, nell’arco di tre film (Time, Soffio e Dream), KIM Ki-Duk passa da essere il regista da studiare nelle scuole a quello da evitare nelle sale, il regista che, al solo nominarlo, prosciugava le voglie delle studentesse de La Sapienza che, proprio grazie a lui, eri riuscito a portarti a casa.

Ma il dio dei registi bravi è sempre pieno di attenzioni verso i suoi pupilli e, mettendoci un po’ del suo zampino, durante le riprese di Dream fa morire impiccata l’attrice protagonista.
No, dai, non è vero.
Non è che muoia veramente, diciamo che si accontenta di morire quasi quasi, e Kim Ki-Duk la prende così bene che saluta tutti, si ritira su un eremo in montagna e stacca qualsiasi collegamento col mondo esterno.

Non potendo contare su Chatroulette, sfoga la sua frustrazione girando Arirang.

Arirang è un autodafé di proporzioni polifemiche. Un J’accuse allo specchio rivolto verso quello che era un grande regista e adesso non ne imbrocca una.
Un documentario in cui Kim si dà ripetutamente dello stronzo svuotandosi di tutto quello che tiene sopito fino a restare senza più nulla.

Dopo Arirang, soltanto un Amen.

E poi il ritorno.

Pietà è il ritorno di Kim Ki-Duk, la sua rinascita.
Un lavoro che è talmente tanto figlio del suo percorso personale da risultare, a tutti gli effetti, una nuova opera prima.

In linea con le sue dottrine spiriturali, Kim Ki-Duk muore tra le ceneri del suo harakiri pubblico e rinasce a nuova vita con la stessa espressione ma con dei vestiti nuovi.

Il suo 18esimo film, come viene ironicamente e orgogliosamente scritto in apertura , è un film lontanissimo da quanto ci si sarebbe aspettato dal regista coreano e allo stesso tempo l’opera più coerente che avrebbe potuto presentare.

Pietà è un Vendetta Movie secco, diretto con pochi fronzoli e in continuo bilico tra l’orrore, il sentimento e la comicità.

Kang-do è uno spietato sicario che ha il compito di riscuotere i crediti dei debitori di Cheonggyecheon, un’area poverissima i cui abitanti riescono a tirare avanti soltanto lavorando in piccole officine e chiedendo soldi a strozzo.
Sono molte le famiglie rovinate dalle punizioni di Kang-do che ha il simpatico vizio di amputare gli arti a quelli che non rispettano la parola data, ma Kang-do non si lascia intenerire, né intimorire.
Lui, contrariamente a tutti gli altri, non ha nulla da perdere e nessuno che lo aspetti a casa.

Almeno fino a quando non gli si para davanti una donna che, inginocchiandosi e invocando il suo perdono, sostiene di essere la madre che lo abbandonò in fasce tanti anni prima.

Questo l’incipit di un film scritto e diretto splendidamente, nonostante (o forse soprattutto grazie a) gli inevitabili rimandi stilistico/narrativi certamente in linea con uno specifico tipo di cinema popolare asiatico che trova nel melò, nelle improvvise virate comiche e nell’ultraviolenza la sua cifra riconoscibile.

Spartiacque tra ciò che è stato e quello che, inevitabilmente, sarà, Pietà dà il bentornato al KIM ki-duk che conoscete e a uno che non vi aspettate.
Ma che comunque potrete giudicare da voi a partire dal 14 Settembre, distribuito da  Good Films.

Vi mostro il trailer originale coreano che non vi farà capire niente di quel che si dicono i personaggi ma almeno è integrale e privo di censure.

Quello sottotitolato in inglese che si differenzia dall’altro soltanto per il taglio di una scena. Due secondi che per il pubblico occidentale, evidentemente, sarebbero stati intollerabili.

E infine quello italiano, ennesimo, maldestro, tentativo dei distributori nostrani di manipolare il prodotto che stanno vendendo, spacciando una cosa per un’altra.

Pietà è uno dei miei Leoni d’Oro di questo 69esimo Festival del cinema di Venezia.
Insieme a  Sinapupunan (Thy Womb) di Brillante Mendoza e a La Cinquième Season di Jessica Woodworth e Peter Bronses.

Ma di loro parliamo poi, ora andiamocene alla conferenza di Kim Ki-Duk, che ne ha di cose interessanti da dire.

Stellette? 7 su 10

6 commenti

  1. The Passenger -

    piace tanto anche a te questo artista?

  2. Luc -

    De La Cinquième Season ho visto il trailer proprio oggi e m’è sembrato interessante per lo spunto narrativo e bellissimo per alcune immagini.
    The Master l’hai visto invece? Che ne pensi?

    bye

    L.

  3. Mauro -

    @Passenger
    Da morire!

    @luc
    Hai colto le due cose migliori di La cinquième season! Per quanto riguarda the master, un notevole passo indietro rispetto al petroliere ma sorretto dall’interpretazione TITANICA di hoffman e phoenix!

  4. Luc -

    Come mai passo indietro? Ci speravo un casino comunque…anche perchè ho letto varie recensioni di critici USA assolutamente entusiasti (Glenn Kenny arriva addirittura a dire che non solo è il film dell’anno ma pure quello del decennio). Vero è invece che le critiche italiane (ed europee in generale) mi son sembrate andarci più coi piedi di piombo.

    E ora chi aspetta gennaio per la distribuzione italiana, comunque? Sigh.

  5. Giordano -

    “Pietà” è stato davvero un film pesantissimo, allucinante, freddo, ansiogeno, irritante. Quando l’idea è sapientemente condotta e riesce a coivolgermi emotivamente, e a dirmi qualcosa razionalmente, io riesco a passar sopra agli universi educativi, filosofici e di mentalità che passano tra noi e l’Estremo Oriente e riesco a tollerare i dialoghi inconcludenti e sconnessi, il “mélo” grottesco, la comicità improvvisa e inappropriata e l’ultraviolenza sado-masochista e spaccona. Perciò ho apprezzato molto di Ki-Duk i film precedenti e, parlando di film crudi e sud-coreani, anche Old Boy, ma questo è stato un’attentissima serie di pugnalate allo stomaco e basta. Personaggi assurdi, storia assurda, scene originali, sì, esteticamente curate, certo, ma pretestuose, spesso gratuite, e incoerenti, direi…assurde: non ho trovato alcuna ricostruzione credibile di un vero sentimento umano e di certo non ho provato pietà per la sorte del miserabile Kang-do e delle sue ancor più miserabili vittime!

  6. Massimo Tani -

    A me è piaciuto il film da matti, uscendo dalla sala ero commosso per averlo visto insieme a Kim.
    Mi sono innamorato di lui artisticamente con l’Isola (primo visto che mi ha letteralmente sconvolto) e da allora non ho potuto che guardarli tutti e subito. Dopo L’isola (forse alla pari direi) metto Bad Guy. Gli altri a seguire pur riconoscendo la migliore fattezza artistica di Primavera Estate …., di Ferro 3, di Time, e anche di Dream che a me è piaciuto tantissimo. Questo lo aspettavo come la manna dal cielo e forse lo giudico con gli occhi dell'”innamorato”. Non lo trovo molto diverso dagli altri; lo definirei come un film della continuità, della maturità dovuta alle sue vicende. Direi giustamente una rinascita, che meno male c’è stata e spero continui, mi mancherebbe troppo si fermasse di nuovo.

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