Dalla stanza, fino in edicola.

26 aprile 2012 da Mauro

Quando leggevo fumetti da bimbetto mi chiedevo sempre chi ci fosse dietro quelle storie lì.
Non potendoli trovare su facebook, l’unica era convincere i miei genitori a portarmi a tutte le fiere specializzate, sperando che riuscissi a rintracciare uno di quei bigfoot che nella mia testa erano i più geniali esseri umani che avessero mai solcato il suolo terrestre.
Iniziai a conoscerne qualcuno, qualcun’altro mi insegnò alcuni dei suoi segreti ed io cominciai a pensare che avrei proprio voluto fare quel lavoro, da grande.

L’obiettivo che mi ero prefissato era quello di arrivare a trovare il mio nome all’interno di un albo venduto nel Sacro Tempio della Gioia Continua (l’edicola), come autore di una storia che mi rappresentasse, magari legata a qualche importante icona del fumetto italiano.

Il sogno è stato realizzato quasi tre anni fa ma per uno di quei casi che ti fa voler bene ai burattinai che tirano i fili della tua vita, soltanto a marzo di quest’anno ha trovato il suo compimento. E in tre anni di cose ne succedono tante, spesso innescate per caso.

Tre anni fa vivevo a San Giovanni con Sandrella.
Di solito le coppie trovano la loro ragion d’essere in un delicato mix tra somiglianze, differenze e attitudini. Io e Sandra invece, in comune, avevamo solamente il fatto di essere entrambi bipedi.
E forse, proprio per questo, le cose hanno funzionato per così tanto tempo.

Tra le sue perversioni, l’odio profondo verso i film in bianco e nero e i campanellini dei Sigur Ros, l’amore incondizionato per i programmi di Maria De Filippi.
Per quanto io remassi in direzione ostinata e contraria, nulla scalfiva il suo insano interesse per quel mostro osceno ed una sera, rincasando, la trovai in overdose.

Era a terra che si dimenava mentre il televisore trasmetteva Amici di Maria e su youtube scorrevano le immagini di Uomini e Donne, ma io, preparato ad una evenienza simile, avevo già pronta la siringa d’adrenalina da iniettarle dritta dritta nel cuore.

Mentre Sandra tornava in vita, presi il telefono e chiamai Roberto.

“Ro’?”
“Oh?”
“Sandrella l’ha rifatto.”
“Avevi la siringa pronta?”
“Sì. E ho anche avuto un’idea per una storia di Dylan che potresti scrivere. Immagina un incrocio tra Amici di Maria de Filippi e il massacro della Columbine. In pratica ci sono questi due che eliminano fisicamente, uno dopo l’altro, i concorrenti che realmente vengono eliminati dal televoto.”
“Figo. Scriviamola insieme.”
“…”
“Oh?”
“…”
“Mauro?”
“…no, guarda Ro’, non sono capace. Scrivila tu, che lo fai già e lo fai meglio.”
“Ma si che sei capaTU-TU-TU-TU”

Caddi.

Ma Sandra mi infilò la siringa d’adrenalina nel petto appena in tempo, salvandomi la vita.

Nei giorni successivi feci finta di nulla finché Roberto, seduto accanto a me in un cinema, mi disse candidamente che aveva chiesto a Marcheselli il permesso per scrivere insieme quella storia. L’editor supremo aveva reagito positivamente a patto che gli spedissimo la prima ventina di tavole di sceneggiatura, per valutare la qualità del lavoro che avremmo svolto insieme.

La mia reazione fu astrarmi dal pianeta Terra per le due ore successive, trasferirmi su Trafalmagore, tornare sulla terra e rifiutare.
Ansia da prestazione, tu, mia unica dea.

Rrobe derise me e le mie ansie, e siccome persuasione batte prestazione ad occhi chiusi, la settimana dopo ci mettemmo al lavoro.
Ci vedevamo di sera, per cena, e ci mettevamo a scrivere dalle 21 fino a quando ci restavano gli occhi aperti.

Che poi, in un modo o nell’altro avevo già avuto a che fare con buona parte dello staff di Dylan. Marcheselli aveva ricevuto i miei primi soggetti qualche anno prima, con Gualdoni avevo avuto a che fare all’epoca di Wondercity, per Paola Barbato avevo realizzato il booktrailer di Mani Nude, con Alessandro Bilotta dividevo la scrivania in Rainbow e con Roberto… bhé, con Rrobe la storia era parecchio più lunga.

C’eravamo conosciuti durante il famoso primo corso di sceneggiatura tenuto da Lorenzo Bartoli (sì, lo stesso di cui vi avevo già parlato, dal quale sono spuntati fuori anche Giovanni Masi

ed Elisabetta Melaranci).

Lui già lavorava, ogni tanto lo accompagnava a farci lezione e, dall’epoca, ci siamo sempre reciprocamente seguiti. Anche quando le direzioni intraprese ci separarano parecchio (Cristo, ho realmente vissuto quasi 3 anni a Latina…) arrivava sempre la telefonata o la cena che portava a incontrarci, e per quanto ci fossimo sempre scambiati consigli ed esperienze e avessimo sempre litigato per i nostri gusti cinematografici, non avevamo mai collaborato.

Perché leggere le sue cose era sempre stato, per me, un modo di stargli vicino anche a distanza. La mezz’ora passata a leggere un suo John Doe, voleva dire trascorrere mezz’ora con lui anche se non potevamo incontrarci. Così come seguirlo sul blog o (all’epoca) sul suo forum (?!) voleva dire seguirne la crescita sia come autore che come persona.
Poi, semplicemente, le cose sono andate come dovevano andare, e sempre più spesso ci siamo ritrovati a discutere di progetti che potevamo sviluppare insieme.

Dylan è stato il primo campo sul quale ci siamo confrontati.

Nella sua squadra, una serie di fuori classe, esperti conoscitori del terreno. Dialoghi sferzanti e in linea con le direttive della casa editrice. Una scansione del ritmo delle sei vignette a pagina senza eguali. Un’attitudine a puntare sui punti di forza del disegnatore data dall’esperienza e dal coordinamento fatto per anni su John Doe e sulle sue altre millemila pubblicazioni. Una precisa e totale conoscenza del mezzo fumetto.

Da quest’altra parte invece, una squadra di pippe troppo in fissa per gli schemi e per la gestione degli archi narrativi.

Il risultato? In quei due mesi ho imparato più cose sul mio lavoro di quante me ne abbiano insegnate manuali, letture ed esperienza sul campo.
Ro’ è stato un maestro al completo servizio della storia. Un maestro attento. Scaltro nel riconoscere quale fosse l’idea migliore, indipendentemente da chi la proponesse. Pronto a mettersi in dubbio ma, allo stesso tempo, deciso sulle cose per cui ancora non avevo il giusto metro.

Di quelle notti, questa qui è la foto che oggi conservo con più piacere:

Rileggere oggi il nostro Dylan, per me vuol dire fare un tuffo indietro nel tempo e calcolare la misura del salto compiuto, tra ciò che ero e ciò che sono.

Dopo tre anni, la mia vita è cambiata in un più di un senso.
Vivo a San Lorenzo e sono sereno.
La collaborazione con Roberto non si è interrotta, ma prosegue saltellando tra un media e l’altro e ci piace vedere i nostri nomi accostati.

E andando in edicola in quest’ultimo mese, li possiamo trovare in due albi di icone del fumetto italiano, che ci rappresentano per ben più di un motivo.

Dylan.

E John.

Ma di ciò che ha riempito le pagine de L’uomo che amava le donne, ne parleremo un’altra volta.

5 commenti

  1. RRobe -

    L’hai presa alla larga, eh?

    *commozione*

  2. Tsunami -

    cioè, a me m’hai citato solo per umiliarmi???
    Sciagura a te, Uzzeo.
    Peppiacere, butta quella reliquia.
    Ti prego.

  3. Amal -

    Infatti è stato un po’ uno stronzo a tirare di nuovo fuori quel disegno di Betta. Ammettiamolo.

    La serie di foto finali è meravigliosa. Dice tantissimo. Davvero tanto.

  4. micol -

    cazzo. zelda.

  5. Giovanni -

    Nuuuooooooooooooooo!!!
    Che hai ritirato fuori!
    La serata di capodanno in cui Marco è morto riverso in una cunetta, Adriano ha smesso di respirare e tu ti sei svegliato con dei supplì dolci nelle scarpe!

    “questo mondo fa schifo. Vado a cercarne uno migliore!”

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