Tutto quello che c’è da dire.

12 marzo 2012 da Mauro

I vecchi di città si nascondono.
Quando escono in strada muovono velocemente le gambe che gli restano e celano, ma non troppo, il disagio che li accompagnerà per tutta la durata del tragitto.
Una volta giunti al sicuro, rintanati tra le quattro mura di un alimentari, di un circolo o di casa loro, tirano il fiato, soddisfatti di essere riusciti anche stavolta a schivare le ronde nella loro testa. I vecchi di città.

I vecchi di campagna odiano le loro case e tengono sempre la luce spenta.
Hanno le facce di corteccia per tutti gli autunni a camminare per strade del paese, seduti nei bar o fermi davanti ai muri bianchi, e se non si incontrano per un giorno, dicono alla moglie chissà che fine ha fatto, quello.
I vecchi di campagna sono ovunque perché il paese è la loro abitudine.

I vecchi di città ti parlano dei figli, quelli di campagna ti raccontano di quella volta.

C’era questo vecchio di Barrea, mio padre dice che si chiamava Zi’ Palmantonio, il che dovrebbe far pensare ad una qualche forma di parentela, ma nei paesi si diventa parenti anche e soprattutto per uso capione.
E insomma, Zi’ Palmantonio era riconoscibile anche da lontanissimo, perché a causa di una super gobba esibizionista e di un minuscolo bastone da passeggio, aveva assunto le sembianze di un cerchio perfetto.
Una ruota lenta lenta che procedeva in salita e spuntava da dietro le siepi spaventando i bambini che passavano in bicicletta.
Una ruota che tutte le mattine, al sorgere del sole, se ne andava in montagna e ne riscendeva intorno a mezzogiorno, per pranzare a casa.
Una ruota che l’ultima volta che ci è passata davanti e gli abbiamo chiesto quanti anni avesse, ci rispose:

“Eh…! Dall’8 a mò.”

con il tono di chi, campando dal 1908, si scusava per aver perso il conto.

Divenne immortale soltanto qualche minuto dopo.

Lui che era appena sceso da Lago Vivo, alla semplice domanda: “E come ti senti?” sospirò per qualche secondo, sorrise riprendendo fiato, e continuando a guardarci negli occhi, rispose:

“Com’ ch”ioc’ e perd’.”

che per i non avvezzi alla soave ed armoniosa lingua abruzzese significa:

“Come chi gioca, e perde”.

Una risposta che si è tatuata da sola in ogni centimetro della mia pelle e che ha trovato una sua gemella nelle parole di Leonard Cohen intervistato nell’ultimo numero del Mucchio in merito al suo nuovo album:

“[Queste canzoni] sono nuove nell’essere sempre le stesse. Ovvero, non solo le vecchie cose che ritornano, ma nuovi sentimenti che, proprio perché l’esistenza è un tantino monotona, si mostrano simili a quelli del passato. Non vorrei nemmeno fare lo zimbello e dire che sono più giovane adesso. No, sono così vecchio da sapere che la partita è persa e voglio solo giocare ancora un po’. “

Io non lo so se in quel momento, Cohen stava guardando negli occhi i suoi intervistatori. Non so se nel suo sguardo ci fosse la stessa placida e serena constatazione dei fatti con cui ZìPalmantonio ci mostrò il futuro.

Continuare ad andare avanti, pur sapendo che non ci saranno coppe da sollevare e nessuno a festeggiarti è una consapevolezza che mi deflagra e rassicura al tempo stesso.
Porca puttana, nessuna a festeggiarci. Per fortuna, nessuna coppa da sollevare.

Menomale.

Dell’inizio e della fine, nulla importa, perché tutto quello che serve è, necessariamente, tra i due estremi, ma a differenza dello stesso Cohen, che dichiarava:

“Vorrei dire tutto quello che c’è da dire in una sola parola. Odio quello che succede tra l’inizio e la fine di una frase.”

io non riesco a smettere di metterle una dietro l’altra.

Scritto in geni, me, parole

Un solo commento

  1. Pao -

    “Tutti sanno che i dadi sono truccati
    tutti li tirano incrociando le dita”
    http://www.youtube.com/watch?v=XDphyrGiaJE

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